di Elena G. Polidori Quaranta espulsi. Almeno sulla carta. Quindici al Senato e 25 alla Camera, quanto basterebbe, a rigor di regolamenti, per formare gruppi autonomi in ambedue i rami del Parlamento. E questo ha portato Vito Crimi, ma anche altri big stellati governisti, a porsi il problema non solo della perdita del ruolo di partito di maggioranza relativa, con annessi privilegi, ma anche dei posti di sottogoverno, 13 poltrone da sottosegretario che diventerebbero 10 in caso di scissione con tanto di nuovo gruppo e simbolo diverso. Il terremoto del voto di fiducia al governo Draghi lascia strascichi dolorosi e inattesi per il M5s, i cui maggiorenti (Crimi, certo, ma anche Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, passando per Stefano Buffagni, Nunzia Catalfo e Alfonso Bonafede)...

di Elena G. Polidori

Quaranta espulsi. Almeno sulla carta. Quindici al Senato e 25 alla Camera, quanto basterebbe, a rigor di regolamenti, per formare gruppi autonomi in ambedue i rami del Parlamento. E questo ha portato Vito Crimi, ma anche altri big stellati governisti, a porsi il problema non solo della perdita del ruolo di partito di maggioranza relativa, con annessi privilegi, ma anche dei posti di sottogoverno, 13 poltrone da sottosegretario che diventerebbero 10 in caso di scissione con tanto di nuovo gruppo e simbolo diverso.

Il terremoto del voto di fiducia al governo Draghi lascia strascichi dolorosi e inattesi per il M5s, i cui maggiorenti (Crimi, certo, ma anche Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, passando per Stefano Buffagni, Nunzia Catalfo e Alfonso Bonafede) ieri hanno cercato in ogni modo di frenare quella che appare una frana capace di travolgere davvero tutto quello che è stato il Movimento in questi ultimi dieci anni. L’ex ministro Bonafede ha chiesto unità per "difendere le nostre riforme", così come l’altra ex ministra, la Catalfo, ma per tutta risposta Nicola Morra e Barbara Lezzi hanno insistito con la volontà di candidarsi al nuovo direttorio, nonostante per loro la lettera di espulsione sia già stata recapitata.

Ma questa delle espulsioni rischia di diventare un problema nel problema per i grillini di governo. Perchè ieri è esploso il caso probiviri, l’organo che, come in ogni partito, è preposto a decidere in caso di provvedimenti disciplinari. C’è chi ventila la possibilità che sul tavolo dei tre giudici interni – la ministra Dadone, il consigliere regionale veneto Jacopo Berti e la consigliera comunale, anche le i veneta, Raffaella Andreola – ci sia anche l’ipotesi delle dimissioni che potrebbero presentare proprio questi ultimi due, mettendo dunque in stand by la decisione contro gli espulsi in pectore. E questo anche se c’è chi ritiene che essere cacciati dal gruppo, alla luce del regolamento, comporti di fatto, automaticamente, anche l’espulsione dal Movimento. Dettagli, certo, visto che quei numeri ’certi’ di espulsi a cui ci si riferiva prima, in realtà potrebbero anche aumentare, facendo diventare la frana una valanga tombale per i 5 Stelle.

Stiamo parlando degli 16 deputati e dei 6 senatori che non hanno risposto alla chiama del voto. Per 5 deputati l’espulsione è già partita, perché sono risultati "assenti ingiustificati", per tutti gli altri il collegio dei probiviri attende una giustificazione, in modo da valutare la sanzione. Ma nel caso in cui a tutti dovesse essere comminata l’espulsione, alla Camera il gruppo dissidente salirebbe in modo preoccupanter. Altro che valanga. Per questo, ieri, con tempismo, la Andreola ha chiesto di "sospendere tutto" in attesa che vengano ricostituiti "tutti gli organi del M5s". Ovvero il nuovo direttorio a cinque, votato qualche giorno fa dagli iscritti. Con la sospensiva, però, anche Morra e Lezzi potrebbero partecipare alla conta interna, con qualche possibilità di elezione, esattamente quello che non vogliono i governisti.

Bel caos. Nutrito anche di ’veline’ sospette, inviate da fonti grilline, che puntano il dito su Alessandro Di Battista, accusato di "fare come Renzi con Italia Viva quando ha fatto la scissione dal Pd; sappiamo che ci sono contatti con Italia dei Valori" per avere quel simbolo per formare di un gruppo autonomo al Senato. Paragone che ha fatto saltare la mosca al naso al ’Che Guevara di Roma nord’ che, piccato, ha risposto: "Sono uscito dal Movimento e non occupo di correnti o nuove forze politiche, vivo la mia vita, ho solo idee diverse dalle vostre". "Rispettatele senza comportarvi da infantili avvelenatori dei pozzi – ha proseguito –. State al governo? Occupatevi della classe media e della piccola e media impresa. Non di me". Poi la stoccata: "P.s. Paragonarmi a Renzi significa paragonarmi a un vostro alleato di governo". E dire che tra di loro, un tempo, si chiamavano ’fratelli’...