La wrestler pescarese Monica Passeri, 29 anni, con la cintura WLW Ladies
La wrestler pescarese Monica Passeri, 29 anni, con la cintura WLW Ladies
Perché proprio il wrestling? "Me ne sono innamorata a 12 anni, guardando gli incontri in tivù assieme a mio fratello e ai suoi amici. Ero una bambina che faceva danza classica. Poi la scoperta di quella roba americana: uno sport mescolato allo spettacolo, il ring, lo speaker che grida al microfono, le luci abbaglianti, i personaggi bizzarri, la teatralità, il pubblico entusiasta. Ho pensato: cavolo, è bellissimo, voglio farlo anch’io". Monica Passeri, 29 anni, nata a Caprara – paesino di 1.200 abitanti a due passi da Pescara –, è cresciuta inseguendo un sogno: diventare la prima lottatrice italiana professionista nel circuito a stelle e strisce. C’è riuscita nel 2016 debuttando nel World wrestling entertainment (Wwe), la federazione che schiera i super assi del quadrato. È l’unica made in Italy. Bionda, fisico scolpito, coraggiosa, Miss Monica – il suo nome di battaglia – è una pin-up che usa cervello e muscoli. Tutto quel che ha ottenuto se l’è guadagnato con la testardaggine. E tanto cuore. Una folgorazione da bambina. E poi? "Dovevo risolvere il problema: dove e come fare wrestling. Ho provato la kick boxing: un surrogato, ma era già qualcosa. Finché ho scoperto una palestra di pionieri ad Ancona. Il sabato, dopo la...

Perché proprio il wrestling?

"Me ne sono innamorata a 12 anni, guardando gli incontri in tivù assieme a mio fratello e ai suoi amici. Ero una bambina che faceva danza classica. Poi la scoperta di quella roba americana: uno sport mescolato allo spettacolo, il ring, lo speaker che grida al microfono, le luci abbaglianti, i personaggi bizzarri, la teatralità, il pubblico entusiasta. Ho pensato: cavolo, è bellissimo, voglio farlo anch’io".

Monica Passeri, 29 anni, nata a Caprara – paesino di 1.200 abitanti a due passi da Pescara –, è cresciuta inseguendo un sogno: diventare la prima lottatrice italiana professionista nel circuito a stelle e strisce. C’è riuscita nel 2016 debuttando nel World wrestling entertainment (Wwe), la federazione che schiera i super assi del quadrato. È l’unica made in Italy. Bionda, fisico scolpito, coraggiosa, Miss Monica – il suo nome di battaglia – è una pin-up che usa cervello e muscoli. Tutto quel che ha ottenuto se l’è guadagnato con la testardaggine. E tanto cuore.

Una folgorazione da bambina. E poi?

"Dovevo risolvere il problema: dove e come fare wrestling. Ho provato la kick boxing: un surrogato, ma era già qualcosa. Finché ho scoperto una palestra di pionieri ad Ancona. Il sabato, dopo la scuola, prendevo il treno con mio fratello per allenarmi lì. Poi lui si è stufato. Io no, non ho mai pensato di smettere".

Un chiodo fisso?

"Il piano era: andarmene da casa, attraversare l’oceano, essere una professionista. Mi aspettavano l’America dei film, la musica, le metropoli e la provincia profonda. La terra delle opportunità e del merito. Il wrestling era il mezzo e il fine, dovevo arrivarci".

Per questo faceva la pendolare con Roma?

"Finalmente ho trovato un ring come si deve. Frequentavo l’istituto tecnico a Pescara, indirizzo turistico per imparare l’inglese e metterlo nello zaino, quindi saltavo sul pullman. In palestra ero la sola ragazza: combattevo con i maschi e loro mi trattavano da maschio, con il massimo rispetto".

La sua famiglia?

"Sconcerto iniziale. Mi accompagnava in palestra mio padre, che ha un furgone per i trasporti merci. Pensava che avrei mollato. Poi ha capito: sa quanto sono cocciuta. Anche mia madre, che ha sempre lavorato, mi ha sostenuta. Tutti e due dalla parte di quella matta di Monica".

Si allenava e basta?

"Commentavo gli incontri per Sky e sul canale in chiaro K2. Intanto miglioravo come atleta grazie a un trainer messicano: nel primo match ho incrociato una tedesca con 10 anni più di me, un donnone di un metro e 85. Ho combattuto in Spagna e in Inghilterra. Sfide sporadiche, però ingranavo. E ho conosciuto Karim".

Karim Bartoli, sul quadrato Karim Brigante. Giusto?

"È diventato il mio compagno di lotta e di vita, ci ha uniti lo stesso desiderio. Lui era già stato in America. Avevo messo da parte un po’ di soldi, gli ho detto: partiamo insieme. Era il 2015 e cominciava l’avventura".

Dove eravate diretti?

"Troy, nel Missouri, a una cinquantina di miglia da Saint Louis. Cittadina dove c’è l’accademia di Harley Race, la star del wrestling. È scomparso due anni fa. Il mio maestro, l’uomo che mi ha avviata alla World League".

È stata dura?

"Durissima. Otto ore al giorno di allenamenti e i combattimenti nel weekend: cinque atleti su un macchinone americano in viaggio nel Midwest. Ho girato con il visto temporaneo fra Tennessee, Illinois, Nebraska, Texas. Ho conosciuto l’America on the road, bianchi e neri, hamburger e pollo fritto, le notti nei motel con le insegne al neon che si vedono nei film".

Con quali sentimenti?

"Pensavo: che meraviglia essere arrivata fin qui. La fatica spariva. Ho investito su me stessa e mi sono realizzata nella lotta. Con l’ambizione di fare tanto e in fretta, perché la carriera del fighter non è eterna. C’è il grande rischio di farsi male".

Ma il wrestling non è uno show preconfezionato?

"Certo. Però una rappresentazione non è finzione. Ogni colpo, ogni azione, ogni numero va studiato alla perfezione. Va provato e riprovato. Neppure la minima distrazione è ammessa. Ogni volta che voli al tappeto sulle assi di legno subisci un trauma uguale a un tamponamento. Le vertebre sono sotto stress. C’è chi è finito sulla sedia a rotelle".

Quanto si guadagna?

"Una come me tira su dagli 80 ai 100 dollari a incontro. In media ne faccio 16-18 al mese".

Pochissimo per vivere.

"C’è il merchandising che è remunerativo. Ogni wrestler vende magliette, video, foto autografate assieme ai fan. Gli spettatori ti vogliono bene. Se si sono divertiti continuano a seguirti tappa per tappa perché assisteranno a uno spettacolo ben riuscito. Sanno dove ti esibisci attraverso i social. Nelle arene vengono i tecnici, gli appassionati, le famiglie con bambini. Il pubblico vuole vedere da vicino il proprio beniamino, si crea uno scambio di emozioni".

Ha un soprannome?

"The italian bombshell (la bomba italiana, ndr). Rivendico le mie origini e salgo sul ring in pantaloncini e top sventolando il tricolore. Urlo verso gli spalti: Italians do it better. Mi carico. Quando lo speaker annuncia Miss Monica from the Abruzzi è una baraonda".

È molto amata dagli emigranti?

"Per gli italo-americani sono la nipotina di Bruno Sammartino, il più grande campione nella storia del wrestling. Un’icona. Nato come me in un paesino abruzzese: da Pizzoferrato a Pittsburgh, dalla roccia alla città dell’acciaio. La materia di cui sono fatti i lottatori".

Combatte in Europa?

"L’America è ancora chiusa per Covid. Andrò in Francia, Svizzera, un tour di 15 giorni in Inghilterra. A ottobre la Finlandia. Vorrei tornare in Grecia dove mi hanno riempita di fiori, poesie, regalini".

Proposte di matrimonio?

"Negli Usa mi accolgono con il coro ’I love you’. Le ragazze dicono: voglio diventare come te".

Il regista Cristiano Di Felice ha girato un docu-film su lei e Karim.

"Si intitola Wrestlove, l’amore combattuto. Ora è sulla piattaforma Chili. Anche se io e Karim abbiamo separato le nostre strade, il film esprime l’idea di una vita romantica, libera, appassionata. Scelta che rifarei mille volte".

Che cosa pensano di lei al paese?

"Mi chiamano ’la forestiera’, sono un piccolo orgoglio locale".

Perché il wrestling le piace così tanto?

"Perché non esistono i perdenti. E io continuo a portare i miei sogni nella valigia".