Roma, 25 marzo 2018 - Facebook, questo sconosciuto. Nonostante in Italia si contino 30 milioni di profili attivi, l’informazione che gli utenti hanno sulle regole d’ingaggio sono molto basse. Solo il 25% è consapevole del fatto che, una volta iscritti, si conferisce alla proprietà di FB la possibilità di utilizzare i dati personali. Per questa mancanza di informazione si registra una sorta di corresponsabilità: molto spesso accade che quando si firmano contratti, anche di altro genere, le clausole non favorevoli al contraente non sono evidenziate nel modo opportuno. Ecco quindi che se una persona effettua l’iscrizione a Facebook nella maggior parte dei casi è inconsapevole dell’uso delle sue informazioni in quanto questa possibilità non risulta ben evidenziata nel momento della creazione del profilo. È da notare, però, che una cosa è ricevere in maniera furtiva le informazioni da Facebook – l’accusa alla società Cambridge Analytica –, un’altra è utilizzare legalmente i dati che i consumatori hanno accettato di poter divulgare, anche se il più delle volte senza un’adeguata consapevolezza. Al di là degli aspetti legali, lo scandalo della società informatica ha generato un dibattito mondiale sulla consapevolezza della privacy degli utenti, indipendentemente da ciò che si accetta quando si apre un profilo. È emerso che se è vero che i dati personali sono stati ricevuti in maniera anomala da Cambridge Analytica, è altrettanto vero che gli stessi dati sono di proprietà di Facebook, e li può utilizzare per propri fini commerciali. Agli italiani questo non è chiaro.

Il 60% pensa che Facebook sia solo un canale di comunicazione e non ha mai immaginato che sia i propri dati sensibili sia le opinioni potessero essere intercettati e utilizzati da chi gestisce la piattaforma informatica, per poi essere ceduti ad altri. Al contempo, però, il 58% dice di aver avuto sospetti quando sulla propria pagina sono apparse informazioni di prodotti o servizi richiesti in altri siti. Non solo. Il 54% dichiara che se avesse saputo che le proprie informazioni fossero state utilizzate a fini commerciali non avrebbe aperto il profilo o non avrebbe dato (se fosse stato possibile) la liberatoria per questo uso. È chiaro che il bisogno di comunicazione è diventato sempre più forte e probabilmente lo scandalo in corso non avrà serie ripercussioni sull’utilizzo di Facebook, però ha reso evidente ciò che già si sarebbe dovuto sapere, cioè che se si utilizza un canale di comunicazione gratuito bisogna pensare che chi lo gestisce deve monetizzare il sistema, in questo caso con l’utilizzo dei dati personali. Non solo.

Appena il 22% è consapevole che al di là dei dati oggettivi (età, sesso, opinioni espresse) ci sono una serie di notizie indirette che inconsapevolmente si forniscono a Facebook, come la geolocalizzazione, cioè attraverso i parametri del collegamento Internet si può conoscere il luogo da cui ci si collega. L’impatto di questa vicenda, però, al momento non sembra influenzare il comportamento d’uso degli utenti, visto che l’82% ha dichiarato che, pur essendo venuto a conoscenza dell’utilizzo dei propri dati personali, non ha cambiato il modo di usare il profilo e non si sente limitato nell’esprimere le opinioni personali. C’è da tenere presente, però, che il 67% non vorrebbe che i propri dati fossero sfruttati per fini commerciali. Il reale impatto della vicenda è da misurare sul lungo periodo, non a caso Zuckerberg si è affrettato ad ammettere le responsabilità sullo scandalo, scusandosi con gli utenti. Chissà se sarà sufficiente.