Insultare su Facebook è diffamazione aggravata
Insultare su Facebook è diffamazione aggravata

Roma, 2 marzo 2016 - Offendere su Facebook è diffamazione aggravata, paragonabile a quella a mezzo stampa. A stabilire la linea dura contro la diffusissima pratica di insultare sui social network è la Cassazione, che si è occupata della vicenda di un'invettiva social ai danni dell'attuale presidente della Croce Rossa Italiana Francesco Rocca, all'epoca dei fatti (2010), commissario straordinario. Chi ha riempito la sua bacheca di parole diffamatorie come "verme" e "parassita" dovrà pagare, ha stabilito la suprema corte, una multa di 1.500 euro emessa con rito abbreviato. La condanna è stata emessa nei confronti di un componente in congedo del corpo militare della Croce Rossa, autore delle offese all'epoca dello scambio avviato sul social. Il caso ora viene paragonato alla diffamazione a mezzo stampa, ha stabilito la Cassazione che ha sottolineato come "la condotta di postare un commento" costituisca "la pubblicazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica".

Oggetto dello scontro verbale le scelte e iniziative adottate da Rocca mentre era alla guida dell'ente. Un dibattito che era poi degenerato in alcuni passaggi, correlati da foto, che avevano travalicato, come riconosciuto dal giudice di merito, il limite dell'ordinario diritto di critica. Pesanti offese personali denunciate dal diretto interessato, che per provare tutto aveva allegato alla querela la stampa della pagine Facebook.  La Cassazione ha riconosciuto come frasi come "parassita del sistema clientelare" o "quando i cialtroni diventano parassiti", che l'istruttoria compiuta nella fase di merito ha attribuito all'imputato, siano "oggettivamente lesive della reputazione", "trasmodando in una gratuita e immotivata aggressione delle qualità personali di Rocca". E il carattere proprio di un messaggio sulla bacheca Facebook, attraverso il quale "gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita", è potenzialmente quello di "raggiungere un numero indeterminato di persone», e questo giustifica la condanna per diffamazione aggravata".