Uno studio inglese condotto su un campione di duemila giovani ha decretato che le emoji più usate sono roba da anziani
Uno studio inglese condotto su un campione di duemila giovani ha decretato che le emoji più usate sono roba da anziani

Viviana

Ponchia

Esiste qualcosa di più instabile di un’emozione? I suoi figli, gli emoji, le faccine che rinforzano, attenuano o decisamente spiegano ciò che a parole non sappiamo dire. I nativi digitali hanno mandato in pensione quella che ride con le lacrime agli occhi. Roba da boomer usata allo sfinimento, dicono (come riporta un sondaggio nel Regno Unito). Marchio di infamia anagrafica sostituito da un teschio che comunica in maniera meno scontata (mi fai morire). Molte altre faranno la stessa fine come – spero – quella che strizza l’occhio tirando fuori la lingua: se il cretino non confessa atti commessi in stato etilico non so proprio cosa pensare. Però mi dispiace questa fretta di disfarsi delle cose utili. Ci sono faccine che hanno salvato amicizie, matrimoni e sintassi confuse. Faccine abusate solo perché colpevoli di essere insostituibili. Dopo anni di diffidenza alla fine mi ero arresa. Non a tutte (così come non ci si arrende a tutte le emozioni), ma a qualcuna sì. Mi piace quella azzurra che batte i denti. Forse vorrà dire banalmente che fa freddo, ma quando la caccio in risposta a un "come stai" intendo "sono una statua di ghiaccio, annichilita, lasciami perdere". Sfrutto quella con gli occhiali da sole per darmi un tono. Vermi, aragoste e rapaci notturni quando lancio metafore. Ho infilato anche la cacca che ride: una volta sola, quando è troppo è troppo. In genere non le capisce nessuno. Proprio come il vulcano che ci portiamo dentro.