di Alessandro Farruggia Una sentenza pesantissima. Il processo ’Ambiente svenduto’ arriva al pronunciamento di primo grado e riconosce il gravissimo inquinamento prodotto dall’acciaieria Ilva di Taranto, attribuendone la responsabilità alla gestione della famiglia Riva. Ma la Corte d’Assise va oltre, condanna un sistema politico, amministrativo ed economico che ha consentito il disastro ambientale: in tutto sono 299 gli anni di carcere decisi dai giudici. Da qui alla condanna definitiva, la strada è ancora lunga: come ha ricordato l’ex procuratore di Torino Raffaele Guariniello, "la maggiore parte dei crimini ambientali in Cassazione si prescrivono". La sentenza è stata letta ieri nell’aula magna della Scuola Sottufficiali della Marina militare, mentre all’esterno cittadini e...

di Alessandro Farruggia

Una sentenza pesantissima. Il processo ’Ambiente svenduto’ arriva al pronunciamento di primo grado e riconosce il gravissimo inquinamento prodotto dall’acciaieria Ilva di Taranto, attribuendone la responsabilità alla gestione della famiglia Riva. Ma la Corte d’Assise va oltre, condanna un sistema politico, amministrativo ed economico che ha consentito il disastro ambientale: in tutto sono 299 gli anni di carcere decisi dai giudici. Da qui alla condanna definitiva, la strada è ancora lunga: come ha ricordato l’ex procuratore di Torino Raffaele Guariniello, "la maggiore parte dei crimini ambientali in Cassazione si prescrivono". La sentenza è stata letta ieri nell’aula magna della Scuola Sottufficiali della Marina militare, mentre all’esterno cittadini e ambientalisti manifestavano con megafoni e striscioni.

La Corte d’Assise di Taranto ha condannato a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, figli dell’ex patron Emilio, ex proprietari e amministratori dell’Ilva. Secondo la sentenza, i due rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Tra le condanne più pesanti, quella di Girolamo Archinà, già responsabile dei rapporti istituzionali dell’ex Ilva, considerato una sorta di eminenza grigia della famiglia Riva: per lui 21 anni e 6 mesi di reclusione. Condannato a 21 anni l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso. Quasi tutti gli imputati hanno annunciato ricorso in appello.

Tre anni e mezzo di reclusione sono stati comminati all’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata: avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, condannato a sua volta 2 anni per favoreggiamento. A 3 anni è stato condannato invece l’ex presidente della Provincia, Gianni Florido, che risponde di concussione e tentata concussione, reati che avrebbe commesso in concorso con l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva (tre anni anche per lui). Decisa anche la confisca dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico e la confisca di 2,1 miliardi a Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici "in solido tra di loro", in quanto "profitto derivante dagli illeciti". Da notare che la confisca degli impianti non pregiudica l’attività produttiva perché scatterà solo dopo il terzo grado di giudizio.

"Tutti sapevano che il 93% della diossina e il 67% del piombo immessi in atmosfera in Italia – dice angelo Bonelli, leader dei Verdi impegnato da anni sul tema – provenivano dall’Ilva di Taranto. Un inquinamento che ha provocato un aumento dell’incidenza di mortalità e di malattie tumorali tra i bambini e le bambine rispettivamente del 21% e del 54%. Nel 2018, alla masseria Fornaro e al quartiere Tamburi, sono stati registrati picchi di diossina del +916%. A Taranto, per decenni, si è inquinato senza che nessuna istituzione locale facesse qualcosa. La magistratura, purtroppo, è dovuta intervenire per fare quello che la politica avrebbe dovuto fare".

Esultano le associazioni ambientaliste, si divide come sempre la politica. "Rispettiamo la sentenza – commenta il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti –. Ora manca la pronuncia del Consiglio di Stato. A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare prospettive di crescita e di sviluppo all’Ilva e all’acciaio in Italia". "La sentenza – commenta l’ex premier Giuseppe Conte – sembra spazzare via la coltre di opaca e malaugurata gestione". "È una sentenza che colpisce molto, dimostra che il commissariamento è stato necessario. Mai barattare la salute", ha osservato il segretario del Pd Enrico Letta. Mentre il segretario della Lega, Matteo Salvini, sceglie il garantismo: "Nessuno è colpevole sino a sentenza definitiva".