Una curiosa immagine del medico Paolo Zamboni diffusa via Twitter
Una curiosa immagine del medico Paolo Zamboni diffusa via Twitter

Ferrara, 1 dicembre 2014 - «PER UN PAIO d’ore mi sono sentito Werner Von Braun, anche se non potevo ordinare agli astronauti di puntare verso la Luna». Paolo Zamboni è stato protagonista, venerdì, di uno straordinario esperimento scientifico. E’ entrata nel vivo la collaborazione con la missione spaziale cui partecipa l’italiana Samantha Cristoforetti.

«In attesa che sia spedito in orbita il ‘plestimografo’ realizzato dal Dipartimento di Fisica dell’Università (il primo è andato distrutto nell’esplosione del razzo Atlantis alcune settimane fa, ndr), avevamo programmato comunque un esperimento ed unico nel suo genere: Samantha si è sottoposta ad un ecocolordoppler, controllata a distanza dal nostro staff. Lei nello spazio, noi in un centro della Toscana accreditato dalla Nasa».

La ‘telemedicina’ del futuro.

«Per la distanza dalla Terra e le condizioni in cui è stato effettuato, si è trattato sicuramente di un esperimento importante ed emozionante: non solo per la possibilità di relazionarci in tempo reale con la nostra astronauta, ma anche perché i dati e le immagini che Samantha ci ha spedito dalla stazione orbitante, saranno elaborati attraverso un software di calcolo messo a punto anche in questo caso dal Dipartimento di Fisica del nostro ateneo. Un sistema che da immagini ecografiche tradizionali, estrapolerà parametri non ancora usati in medicina».

C’è molto di ferrarese, in questa missione spaziale.

«Si è parlato molto dell’apparecchiatura che presto tornerà nello spazio, dopo il maledetto ‘megabotto’ (Zamboni ride, ndr); in realtà il progetto Drain Brain è più ampio, e coinvolge pienamente il nostro ateneo».

Lei è stato scelto dalla Nasa come ‘principal investigator’, ovvero come referente scientifico del progetto.

«E’ un’evoluzione dei miei studi sulla Ccsvi e le relazioni con la sclerosi multipla; viene indagata la circolazione del sangue in condizioni di microgravità. L’ente spaziale americano chiede di approfondire le conseguenze per gli astronauti, l’ipotesi è che il circolo cerebrale sia lento come nei malati di insufficienza cerebrospinale venosa».

In questo caso non ci sono state controversie con altri scienziati.

«No. Ho partecipato a dieci conferenze con cardiofisiologi americani, mi hanno tempestato di quesiti. Quando ho convinto loro della bontà delle mie ipotesi, hanno votato a favore di questa sperimentazione».

Come è iniziata la collaborazione con Samantha Cristoforetti?

«In questi diciotto mesi, ho avuto accesso al centro spaziale europeo di Colonia, per mettere a punto le metodiche di addestramento. In qualche modo, un pezzo di me stesso ora con lei dentro il modulo Columbus, in orbita sopra la Terra».

Durante l’esperimento avete avuto modo di dialogare?

«Certo. E se nella fase ufficiale ci siamo relazionati in inglese, come prescrive il protocollo della Nasa, poi ci siamo scambiati informazioni e battute in italiano, quando alla fine del test le abbiamo fatto un applauso mi è sembrata persino un po’ commossa».

Non c’è che dire, dovrà invitarla a Ferrara non appena terminerà la missione: in fondo è già una ‘testimonial’ della nostra Università.

«Molto di più, ritengo. Anche se non spetta a me attribuire patenti accademiche. Posso anticipare tuttavia che già a metà missione, nell’ambito di un’iniziativa alla Sala Estense, cercheremo di collegarci con lei tramite la Nasa, o dialogando via Twitter, per farle sentire quanto siamo vicini allo straordinario lavoro che sta compiendo».