NOVI LIGURE (Alessandria) - Il villino, al quartiere Lodolino, zona residenziale di Novi Ligure, mostra l’aspetto lindo di sempre. Il giardino è curato. Dicono i vicini che il padrone di casa, anche se ha smesso di abitarci, passa ogni giorno a ritirare la posta e controllare che tutto sia in ordine. La strada ha cambiato nome, non è più intitolata a Don Beniamino Dacatra ma è via Caduti di Nassiriya. "Quel tratto di strada – spiegano alla polizia municipale – era un prolungamento di via Dacatra. Abbiamo uniformato. Niente di straordinario, lo abbiamo fatto anche per altre strade. Non c’entra con quello che è successo vent’anni fa". Ma anche una modifica alla toponomastica può essere utile per...

NOVI LIGURE (Alessandria) - Il villino, al quartiere Lodolino, zona residenziale di Novi Ligure, mostra l’aspetto lindo di sempre. Il giardino è curato. Dicono i vicini che il padrone di casa, anche se ha smesso di abitarci, passa ogni giorno a ritirare la posta e controllare che tutto sia in ordine. La strada ha cambiato nome, non è più intitolata a Don Beniamino Dacatra ma è via Caduti di Nassiriya. "Quel tratto di strada – spiegano alla polizia municipale – era un prolungamento di via Dacatra. Abbiamo uniformato. Niente di straordinario, lo abbiamo fatto anche per altre strade. Non c’entra con quello che è successo vent’anni fa".

Ma anche una modifica alla toponomastica può essere utile per dimenticare, per rimuovere. Vent’anni dopo. La sera del 21 febbraio del 2001 è un massacro fra quelle mura color salmone. Ci abita Erika De Nardo, 16 anni, insieme con il padre Francesco, ingegnere di origini calabresi, dirigente alla Pernigotti, uomo solido che si è fatto da solo, la madre Susanna detta Susy, il fratellino undicenne Gianluca. Il fidanzatino di Erika si chiama Omar Favaro, ha 17 anni, a maggio diventerà maggiorenne. Quella sera attendono il rientro di Susy e di Gianluca, li uccidono con 97 coltellate inferte con una lama da cucina.

"La mia migliore amica è mia sorella", scriveva il bambino nei compiti in classe. Sedici anni la pena per Erika, di due anni inferiore quella inflitta al boyfriend e complice. Oggi sono definitivamente liberi, Omar dal marzo del 2010, Erika dal dicembre dell’anno dopo. Unica condanna mai espiata quella di non poter essere dimenticati: Erika e Omar, binomio inscindibile, solo i nomi, cancellati o quasi i cognomi.

Omar va a vivere con i genitori ad Acqui Terme, prima di trasferirsi in Toscana, trova lavoro come barista, prova a rifarsi la vita con la donna che ha vicino. Per Erika il perdono immediato del padre, dolce, forte, tetragono nella scelta del pubblico silenzio, tenacemente attaccato alla figlia che è quanto gli rimane di quella famiglia del Mulino bianco.

È da lei in carcere tutte le domeniche, prima al Ferrante Aporti, a Torino, poi al Beccaria di Milano. Sempre presente anche dopo che Erika è passata in una comunità. Con l’aiuto del fratello della moglie l’ingegner Francesco ridipinge le pareti del villino. Per un po’ di tempo riesce anche a tornarci per la notte. Oggi vive con la sua nuova compagna. In carcere Erika si diploma geometra e si laurea con il massimo dei voti in lettere e filosofia discutendo una tesi su Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici. Già prima del "fine pena" le si aprono le porte della comunità gestita dalla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi sulle dolci colline moreniche di Lonato del Garda, nel Bresciano. Con la libertà, rimane a vivere nella zona. Lavora nel negozio di musica del fidanzato, che è diventato suo marito.

Le novanta primavere compiute da qualche mese non hanno scalfito la vivacità di don Mazzi: "Dal punto di vista educativo è stata un’esperienza eccezionale. A quei tempi per la gente Erika era l’immagine della ragazza terribile, della cattiveria, della violenza. Potrà sembrare strano, ma per fortuna le ha fatto bene il carcere. Se miracolo c’è stato, lo ha fatto il padre che le ha perdonato subito, le è stato vicino".

C’è stato ravvedimento, pentimento in Erika De Nardo? "C’è stato un cambiamento profondo. Credo che abbia capito quello che ha fatto. Lo ha capito a sufficienza. Lo ha capito in modo tale che ha potuto cambiare radicalmente. E le è tornato un sorriso straordinario. Ecco, parliamo di cambiamento".