Un detenuto all'interno della sua cella (Ansa)
Un detenuto all'interno della sua cella (Ansa)

Roma, 8 ottobre 2019 - La Corte europea dei diritti dell'uomo ha respinto il ricorso dell'Italia sull'ergastolo ostativo, ordinando che venga riformata la legge che impedisce al condannato al "fine pena mai" di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. Ma di che cosa si tratta esattamente? Il nodo riguarda l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, modificato dalla legge 356 del 1992, che prevede per le persone condannate per reati come mafia o terrorismo l'impossibilità di ottenere misure alternative alla detenzione, a meno che non accettino di collaborare con la giustizia. Per loro quindi salta la liberazione condizionale (l'unico istituto giuridico che consente a un ergastolano di tornare in libertà); non viene concessa la possibilità di lavorare all'esterno e non scattano permessi-premio o semilibertà. 

L'ergastolo ostativo è stato introdotto in seguito alle stragi di Capaci e di via d'Amelio (dove furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino, assieme agli uomini delle loro scorte). Era un momento storico in cui lo Stato riteneva di dover avere più strumenti per combattere la criminalità organizzata. Non è un caso che molte delle voci critiche nei confronti della decisione di Strasburgo arrivino da magistrati che hanno lottato tutta la vita contro mafia, camorra o 'ndrangheta. "Cancellare questo istituto giuridico - fa notare ad esempio il pm della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo Nino Di Matteo - era una delle aspettative degli stragisti".

In Italia attualmente, secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Giustizia, sono 1.225 le persone condannate all'ergastolo ostativo su un totale di 1.776 che dovrebbero passare il resto della loro vita in carcere. Ma come si è arrivati alla decisione della Grande Chambre? Lo scorso 13 giugno la Corte di Strasburgo aveva considerato ammissibile il ricorso avanzato dal detenuto Marcello Viola, in carcere dall'inizio degli anni '90 anni per associazione mafiosa, omicidio, rapimento e detenzione d'armi. L'uomo si è finora rifiutato di collaborare con la giustizia e, quindi, gli sono stati rifiutati due permessi premio e la liberazione condizionale, ma secondo la 'Grande Camera' (a cui si è rivolta il governo italiano) questo viola l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

Nella sentenza, ora diventata definitiva, la Corte spiega che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della loro decisione di non collaborare con la giustizia. I giudici di Strasburgo ritengono che "la non collaborazione" non implica necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, che sia ancora in contatto con le organizzazioni criminali, e che costituisca quindi un pericolo per la società. La Corte afferma che la non collaborazione con la giustizia può dipendere da altri fattori, come per esempio la paura di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Quindi, al contrario di quanto affermato da Roma, la decisione se collaborare o meno, non è totalmente libera. Allo stesso tempo a Strasburgo ritengono che la collaborazione con la giustizia non comporti sempre un pentimento e l'aver messo fine ai contatti con le organizzazioni criminali.

Ma la sentenza della Corte europea non è l'unica picconata che potrebbe arrivare contro l'istituto giuridico dell'ergastolo ostativo. Il 23 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere se disinnescare almeno parzialmente il meccanismo di preclusione all’accesso dei benefici di cui all’articolo 4 bis. Se i giudici daranno ragione ai legali di Sebastiano Cannizzaro, superboss del clan Santapaola, potrebbe infatti cadere l'obbligo di collaborare - per ottenere benefici sulla pena - su episodi per cui si è stati condannati.

LE REAZIONI -​ "Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia", fa sapere intanto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Sulla stessa linea anche Luigi Di Maio: "Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie e persone innocenti, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto. Qui piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? Il M5S non condivide in alcun modo la decisione presa dalla Corte", scrive il leader dei 5 Stelle su Facebook.