Una relazione proibita, con la moglie di un affiliato al clan recluso in carcere, gli sarebbe costata la vita. L’assassinio era stato deciso, ed era stata persino scavata la fossa dove occultare il cadavere. A salvare la vittima designata sono stati sei provvedimenti di fermo disposti dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli ed eseguiti dalla...

Una relazione proibita, con la moglie di un affiliato al clan recluso in carcere, gli sarebbe costata la vita. L’assassinio era stato deciso, ed era stata persino scavata la fossa dove occultare il cadavere. A salvare la vittima designata sono stati sei provvedimenti di fermo disposti dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli ed eseguiti dalla squadra mobile della Questura partenopea nei confronti di altrettante persone ritenute facenti parte del clan Abbinante di Scampia.

I destinatari dei provvedimenti sono il boss Antonio Abbinante, suo nipote Raffaele e altre quattro persone: Antonio Esposito, Salvatore Morriale, Paolo Ciprio (l’unico dei sei ancora irreperibile) e Arcangelo Abbinante, anche lui nipote di Antonio e, come Raffaele, elemento di spicco del clan. A quest’ultimo, preso a Villaricca (Napoli), viene contestata l’associazione a delinquere di tipo mafioso, ma non il tentato omicidio, che invece, viene ritenuto sussistente dai sostituti procuratori Maurizio De Marco, Lucio Giuliano e Giuliano Caputo per i restanti cinque.

A pronunciare la sentenza di morte è stato il boss Antonio Abbinante, che era ai domiciliari e che, secondo quanto emerso dall’attività investigativa, dopo la sua scarcerazione aveva irrigidito ulteriormente il tenore delle decisioni. Una guida, la sua, dove la linea del terrore era prevalente. Per "lavare" l’onore del suo uomo in carcere, e scongiurare "rivelazioni compromettenti", non ha esitato a decretare la morte dell’amante della moglie del suo affiliato. La polizia e la Dda, che da tempo tengono sotto controllo il feroce clan degli Abbinante, sono riusciti a intercettare l’intento ma non l’identità della futura vittima. E, infatti, c’è voluto un notevole e ulteriore sforzo investigativo per scoprire il nome del condannato a morte.