di Guido Bandera ABBIATEGRASSO (Milano) L’ultimo puntino di luce azzurrina in mezzo allo schermo del tubo catodico si è spento per sempre. Carlo Vichi, 98 anni, non vedrà più avverarsi il sogno di produrre ancora televisori in Italia. Il signor Mivar, il pioniere dell’elettronica, non siederà più al suo tavolo da disegno, in mezzo all’enorme fabbrica vuota di Abbiategrasso. È morto senza tagliare il solo traguardo rimasto in una vita che gli ha dato tutto: trovare un colosso orientale a cui regalare quel gigante di cemento grigio e rosso con il solo impegno di continuare a fabbricare tv-color per le case di tutti gli italiani. Classe 1923, era arrivato a Milano a soli sette anni, piovuto nella metropoli da Montieri, minuscolo borgo fra le colline grossetane, per seguire il papà, guardia notturna. Casa umile nel quartiere popolare di Lambrate. La sua scalata parte dal basso, dal lavoro...

di Guido Bandera

ABBIATEGRASSO (Milano)

L’ultimo puntino di luce azzurrina in mezzo allo schermo del tubo catodico si è spento per sempre. Carlo Vichi, 98 anni, non vedrà più avverarsi il sogno di produrre ancora televisori in Italia. Il signor Mivar, il pioniere dell’elettronica, non siederà più al suo tavolo da disegno, in mezzo all’enorme fabbrica vuota di Abbiategrasso. È morto senza tagliare il solo traguardo rimasto in una vita che gli ha dato tutto: trovare un colosso orientale a cui regalare quel gigante di cemento grigio e rosso con il solo impegno di continuare a fabbricare tv-color per le case di tutti gli italiani.

Classe 1923, era arrivato a Milano a soli sette anni, piovuto nella metropoli da Montieri, minuscolo borgo fra le colline grossetane, per seguire il papà, guardia notturna. Casa umile nel quartiere popolare di Lambrate. La sua scalata parte dal basso, dal lavoro di operaio in una fabbrica di chiodi, poi lo studio serale con cui raggiunge il diploma da radiotecnico: il primo scalino di un’ascesa lenta e determinata. In lui brilla il prototipo del capitalista, del “padrone“ venuto su dalla gavetta, dell’uomo d’ingegno che diventa industriale. La pasta è quella di Giovanni Borghi della Ignis, pragmatico e spiccio, non quella filosofica e sociale di Adriano Olivetti. Di destra estrema, fascista senza infingimenti, nella sua fabbrica i sindacati non troveranno mai posto. Anni dopo farà anche restaurare la cappella dei caduti della Rsi al cimitero di Milano. Ma prima dei soldi e dei galloni da capo indiscusso, Vichi deve crescere ancora. Dai chiodi passa ad assemblare apparecchi elettrici, operaio specializzato alla Cge prima, poi alla Minerva. Impara un mestiere e pensa a mettersi in proprio.

Le bombe alleate cadono come gocce d’acqua in un temporale e la città delle fabbriche è quasi rasa al suolo, ma lui immagina il futuro. È il 10 aprile 1944 quando si sposa con la sua Annamaria che nel 2019 festeggerà con lui 75 anni di matrimonio. Sempre in fabbrica, fra gli ultimi 12 operai rimasti. Insieme aprono bottega: nel 1945 nasce la Vichi apparecchi radio, la Var. Casa e laboratorio, in mezzo ai dipendenti sono costretti a mangiare e ad andare a dormire vestiti. I soldi e i successi, però, arrivano. Radio e giradischi, e poi nel 1959, quando la Rai-Tivù è una bimba di appena quattro anni e ha un solo canale in bianco e nero, Vichi fiuta l’ora della svolta. Le valvole serviranno anche per assemblare televisori.

Cresce, si allarga, ma non chiede soldi alle banche: solo sostegno da amici e parenti, pochi e selezionati. Nei cataloghi dei prodotti il testimonial è Domenico Modugno, il divo del momento, le cui canzoni sanremesi escono dagli altoparlanti progettati da quel toscano burbero e rigido. La Var già non basta più: all’acronimo il patron aggiunge un ‘Mi’, che sta per Milano. Omaggio alla città che gli ha dato famiglia, con quattro figli, e il successo come inventore di apparecchi elettronici che il Paese di Carosello chiede come il pane. Il signor Borghi vende frigoriferi, il signor Vichi televisori. E presto gli serve nuovo spazio, così sbarca a ovest, ad Abbiategrasso, dove compra un enorme terreno.

È il 1963 e la radio ormai è un affare sorpassato, il futuro è nel nuovo focolare che si accende in tutte le case per raccontare romanzi sceneggiati, partite, e per ammaliare con i varietà di Mina e le Kessler. Il record di produzione è negli anni Settanta, con l’arrivo del colore. Mivar è sinonimo di prodotti di qualità, duraturi, indistruttibili e dai prezzi contenuti. Quasi mille dipendenti e un apogeo che a fine anni Ottanta vede Vichi ormai solo produttore italiano di scatole dei sogni. Gli altri storici marchi, uccisi dalla concorrenza tedesca e giapponese, cedono o delocalizzano le produzioni. Lui no, investe. Nel 1990 comincia a costruire quell’enorme stabilimento ideale che non aprirà mai. La crisi morde, il personale cala e l’arrivo negli anni Duemila degli schermi piatti mette fuori mercato i vecchi tivù di vetro.

Fino al 2013 assembla Lcd venuti dall’Asia. Poi, anche lui, stacca la spina. Solo, va a lavorare ogni mattina in fabbrica. La vecchia Lexus parcheggiata davanti al portone. Sogna di rinascere: vuole regalare la fabbrica alla Samsung, che neppure gli risponde. E lui comincia a costruire mobili, la Mivar diventa Milano-Vichi arredamenti razionali. Un pugno di operai che assembla tavoli e sedie, naturalmente disegnati da lui. Ora però la lucina in mezzo allo schermo si è spenta. Per sempre.