Il famoso. cambio della campanella: il 22 febbraio 2014 Renzi succede a Letta
Il famoso. cambio della campanella: il 22 febbraio 2014 Renzi succede a Letta
di Raffaele Marmo Come finirà la partita per Siena, lo scopriremo nei prossimi giorni. Ma il "non faccio come quell’altro" pronunciato, secondo beninformati retroscenisti, con i collaboratori più stretti da Enrico Letta per avvisare che, in caso di sconfitta nel collegio toscano, sarà pronto a un nuovo ritiro dalla politica, ebbene, quelle cinque parole continuano a segnare la distanza da "quell’altro": quel Matteo Renzi con il quale è costretto a incrociare, nuovamente e non solo nell’immediato, la sua strada, suo malgrado. Lontani e, anzi, opposti, per carattere, temperamento e modi: tanto è freddo, educato, distante il leader Pd, quanto è irruento, passionale, guascone il capo di Italia Viva. Divisi da sette, lunghissimi anni di gelo, risentimenti e silenzi,...

di Raffaele Marmo

Come finirà la partita per Siena, lo scopriremo nei prossimi giorni. Ma il "non faccio come quell’altro" pronunciato, secondo beninformati retroscenisti, con i collaboratori più stretti da Enrico Letta per avvisare che, in caso di sconfitta nel collegio toscano, sarà pronto a un nuovo ritiro dalla politica, ebbene, quelle cinque parole continuano a segnare la distanza da "quell’altro": quel Matteo Renzi con il quale è costretto a incrociare, nuovamente e non solo nell’immediato, la sua strada, suo malgrado.

Lontani e, anzi, opposti, per carattere, temperamento e modi: tanto è freddo, educato, distante il leader Pd, quanto è irruento, passionale, guascone il capo di Italia Viva. Divisi da sette, lunghissimi anni di gelo, risentimenti e silenzi, dopo la cacciata del primo da Palazzo Chigi con il citatissimo #enricostaisereno del secondo, accompagnato, però, dal voto contrario al governo in carica della Direzione del partito: con il consenso, spesso e volutamente nascosto nei successivi racconti, anche della sinistra dem di Gianni Cuperlo e Roberto Speranza.

È verosimile immaginare che, dopo di allora (dopo quella glaciale scampanellata nel passaggio di consegne a sguardi spenti e indiretti), nessuno dei due avrebbe immaginato di dover avere a che fare di nuovo con l’altro: e, d’altra parte, uno aveva preso la via dell’esilio parigino dalla politica, l’altro non l’aveva mai abbandonata, nonostante il referendum perso. L’uno (Letta) si era convinto che non valesse la pena combattere contro una specie di Diavolo, come lo descriveva a chi lo andava a trovare, un capitano di ventura senza scrupoli, spietato e vendicativo. L’altro (Renzi) non prendeva neanche lontanamente in considerazione che l’esiliato potesse ricomparire come il Conte di Montecristo.

E, invece, è andata diversamente. Per quei giri strani che fa il destino, a inizi aprile si sono ritrovati faccia a faccia per quaranta minuti: un tempo brevissimo per due che devono riavvolgere un nastro di sette anni a zero contatti, un tempo senza fine per due che pensano reciprocamente che, in fondo, hanno ben poco da dirsi, perché la lontananza ha solo ampliato le incomprensioni e i rancori.

E, infatti, non sono certo bastate le battute sul Pisa e sulla Fiorentina o qualche domanda sulla famiglia a rendere l’aria più umanamente respirabile. E, del resto, il nodo non è sul piano umano (che non esiste tra loro due, sebbene entrambi vengano dalla Dc, dal Ppi e dalla Margherita, ma con traiettorie che rinviano anche alle vecchie contese della Balena bianca tra centro e periferia, tecnocrazia e popolarismo). Il nodo è politico: e non è risolvibile, perché riguarda il rapporto con i grillini. Per il Nazareno di Letta resta in piedi la prospettiva di un’alleanza larga con i 5 Stelle, per Renzi quel confine rimane invalicabile.

E non è un caso che è stata proprio la cruenta battaglia per il possibile Conte ter il rinnovato terreno di scontro tra i due, a sette anni dalla fine di ogni rapporto. A rammentarlo è lo stesso ex sindaco di Firenze nell’ultimo suo libro Controcorrente e nei podcast che lo accompagnano. Con voce stentorea e teatrale interpreta Letta in una sua intervista di gennaio: "E alla fine arriva la profezia di Enrico: “Renzi ci fa fare nel mondo la solita figura del Paese inaffidabile, pizza, spaghetti e mandolino. Conte ha fatto bene a sfidarlo”. Infatti – prosegue Renzi – Conte va a casa, arriva Draghi, l’Italia recupera credibilità, reputazione e fiducia. Non so a quale mandolino si riferisca il futuro segretario del Pd, ma in realtà la crisi permette all’Italia di recuperare prestigio".

Come si vede, i due sono tornati a parlarsi e dovranno continuare a farlo, loro malgrado, ma rimane pur sempre un dialogo tra sordi, anzi, un dialogo tra due avatar, perché i rispettivi se stessi non riuscirebbero neanche a fissare l’ora dell’incontro.