di Giovanni Rossi Quartiere Don Bosco, oriente capitolino tra la Casilina e la Tuscolana. Ennio Di Lalla, 86 anni, si commuove. In strada, affiancato da carabinieri che gli fanno da corazzieri, ringrazia tutti per l’affetto. Da ieri il pensionato più famoso di Roma, simbolo di resistenza al sopruso abitativo, ha di nuovo una casa. Via le occupanti rom dopo appena 20 giorni: una follia con il metro del buon senso, un primato per i tempi biblici della giustizia. Lui, Ennio, si gode la vittoria. Piantato sull’asfalto davanti a un fondale di cassonetti stracolmi, stringe la bottiglietta d’acqua ricevuta per riprendersi. Entrato per un attimo nel suo nido al seguito di carabinieri e fabbro, ha negli occhi l’apocalisse: "Come un bombardamento", riassume. Non si fa grandi illusioni: in casa custodiva "medicine da cardiopatico, quadri, libri rari, monete,...

di Giovanni Rossi

Quartiere Don Bosco, oriente capitolino tra la Casilina e la Tuscolana. Ennio Di Lalla, 86 anni, si commuove. In strada, affiancato da carabinieri che gli fanno da corazzieri, ringrazia tutti per l’affetto. Da ieri il pensionato più famoso di Roma, simbolo di resistenza al sopruso abitativo, ha di nuovo una casa. Via le occupanti rom dopo appena 20 giorni: una follia con il metro del buon senso, un primato per i tempi biblici della giustizia. Lui, Ennio, si gode la vittoria. Piantato sull’asfalto davanti a un fondale di cassonetti stracolmi, stringe la bottiglietta d’acqua ricevuta per riprendersi. Entrato per un attimo nel suo nido al seguito di carabinieri e fabbro, ha negli occhi l’apocalisse: "Come un bombardamento", riassume. Non si fa grandi illusioni: in casa custodiva "medicine da cardiopatico, quadri, libri rari, monete, accendini d’oro, orologi". Tutto segnalato in denuncia. "Piango per i miei ricordi andati in fumo. Ma ringrazio chi alla fine mi ha aiutato a riavere almeno le mura", dice il protagonista di questa storia italiana.

Il suo riscatto da copertina vale molto più dell’offesa patita, dell’agguato morale, della sanificazione straordinaria richiesta dall’incuria e dall’arroganza di ospiti senza riguardo, tra centinaia di cicche sparse per la cucina, effetti personali accatastati, mobili gettati alla rinfusa. Il breve malore sofferto alla vista del disastro e dei quadri scomparsi dalle pareti è lenito dagli applausi dei condomini, gradita colonna sonora. Una giornata scandita da un vorticoso via-vai, tra monitoraggio delle donne in uscita, trasloco con passeggini d’ordinanza e promesse strafottenti del quartetto. "Andiamo a occuparne un’altra", grida la leader Nadia Sinanovic, passata dal campo profughi di via Gordiani e ora pronta ad agire secondo sperimentata prassi: occupare un appartamento, lasciarlo distrutto, richiedere assistenza al Comune (magari scavalcando altri disperati). Un blitz da manuale finito in anticipo.

L’appartamento posto sotto sequestro preventivo dal magistrato per sloggiare le abusive – comunica l’avvocato Alessandro Olivieri – dovrebbe "essere dissequestrato e tornare nella piena disponibilità del proprietario" tra oggi e lunedì: "Prima di rioccuparlo, servirà una bella ripulita con una ditta specializzata". Laura Corrotti, consigliere Lega Nord del Lazio, chiama e a nome del partito si fa avanti: "Non è giusto che sia il signor Ennio a pagare queste spese", mentre Alessio D’Amato, assessore regionale alla Salute, chiede all’Asl 2 di garantire "ogni suppprto psicologico" alla vittima e alla magistratura di perseguire "le responsabili".

Le quattro rom, con cane al seguito, escono di casa e poi tornano armate di borsoni e rotelle per il trasloco. Dalla quantità di materiale trasportato, auspicavano un soggiorno semestrale, il tempo minimo in questi casi. Tecnica da squatter e spietatezza operativa. Nulla lasciato al caso. Ulteriore prova emerge nelle ore precedenti lo ’sfratto’, quando la più strafottente del gruppo, pungolata dalle telecamere de La Vita in diretta, nega che l’occupazione in corso sia illegale: "La casa è di Ennio, me l’ha lasciata volontariamente. Perché ho avuto rapporti con lui. Chiedi a Ennio", è la storiella recitata dietro la porta. Una frase studiata a tavolino, perché la legge prevede che sia il titolare dell’alloggio a dimostrare che l’occupazione avviene contro la propria volontà. In precedenza la donna aveva giurato: "Non sapevo che l’abitazione fosse abitata. Non c’era un materasso". Oppure: "Ho il Covid". Ancora: "Sono incinta". Invenzioni seriali. E suggerimenti interessati: "Sono la badante di Ennio, ma lui adesso vuole andare all’ospizio".

Quando le donne lasciano l’immobile (dopo il preavviso ricevuto giovedì sera), i carabinieri appongono i sigilli e poi scortano le occupanti lontano dai capannelli di condomini e curiosi, qualcuno su di giri, qualcuno un po’ avvelenato, qualcuno nascosto dietro le finestre del palazzo dove altre due unità immobiliari sono illegalmente occupate. Ma tutto avviene nel massimo rispetto della legge e delle persone. Ennio torna a casa dal fratello 84enne, dove dorme in attesa del dissequestro e della sanificazione. Prima di addormentarsi chiama l’avvocato Oliveri e lo ringrazia con candore: "Festeggiamo insieme. Dobbiamo andare a farci una pizza".