Roberto

Pazzi

Dunque, il grande tennista slavo ha mancato la vittoria delle vittorie, che poteva dargli la pienezza di vincitore di tutti gli agoni mondiali. Pare che l’abbia presa abbastanza bene, mostrando una certa umiltà nel veder sfumare per così poco un sogno così inebriante. Lui non se ne può ancora avvedere, ma il campione ha centrato l’effetto Ettore, mancando quello di Achille. Ha vinto se stesso, ottenendo la vittoria più alta, quella contro la superbia, che infatua sempre il vincente e lo rende presto odioso. Come il grande vinto dell’Iliade, sconfitto dal più forte dei Greci, Djokovic convoglierà la vicinanza di coloro che tutti i giorni, nella battaglia per vivere, sono in qualche modo perdenti, davanti a mille Achille che si parano di fronte. E, come l’altro nobile compagno di peripezie e sconfitte, sia pure di parte nemica, Ulisse, diverrà “bello di fama e di sventura”.

C’è nelle cose umane un limite misterioso, che ci rende tutti fratelli: lo scacco del destino, la sconfitta che nemmeno la volontà e la simpatia di Giove potevano piegare, nell’ Iliade, dovendo anche il padre degli dèi obbedire alla Moira, il fato supremo. Ma imbattendosi in questo limite sale l’umanità al livello più celeste, incoronata dal dolore che vince la tentazione dei vincitori di credersi eterni e divini, travolti da quella tracotanza che i Greci chiamavano ubris, Manzoni “provvida sventura”. Questo spiega perché, a scuola, molti di noi tenevano più per i Troiani che per i Greci.