Leo

Turrini

Ieri sera contro la Turchia erano vestiti di bianco, eppure ci sembravano dipinti di Azzurro, i nostri calciatori. Perché non c’è niente da fare: quel colore, appunto l’Azzurro, vale come memoria cromatica, come identità che si materializza idealmente nel cielo che abbiamo sopra la testa.

Lo so, lo so. Rischia persino di suonare fastidiosa, l’orgia retorica che ha accompagnato l’Italia di Mancini fin sul palcoscenico dell’Europeo. È un classico dello snobismo intellettuale da salotto: l’appropriazione (indebita!) di un sentimento popolare.

Ma l’Azzurro, ecco, l’Azzurro è più forte di ogni pregiudizio. Aveva quel colore la maglietta con la quale Mennea e Berruti vinsero l’oro olimpico, era azzurra la casacca di Felice Gimondi quando finalmente riuscì a battere Merckx in un mondiale e del resto già Domenico Modugno aveva capito tutto con quel verso, "nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù". E non per caso Paolo Conte scrisse per Celentano una delle più canzonette del Novecento. Intitolandola Azzurro, a scanso di equivoci.

Azzurro, attraverso lo sport, è semplicemente il colore di un amore che costa niente, se non ansia e sofferenza davanti ad un televisore.

Azzurri siamo noi, sommessamente alla ricerca di un qualcosa che ci aiuti a manifestare l’orgoglio di essere italiani.

"Un azzurro lungo un sogno che ci ha fatto vivere come un urlo in mezzo al cielo vola e va da me a te" (Claudio Baglioni).