di Lucetta Scaraffia La rivoluzione in Vaticano continua. Non solo papa Francesco si è lamentato per le critiche e per possibili complotti che guardano già al prossimo conclave, ma perfino il cardinale segretario di stato Pietro Parolin, in genere prudente e discreto, ha dichiarato ai giornalisti che l’hanno interpellato la sua opinione in proposito: fatto salvo che forse il Pontefice ha altre fonti, diverse dalle sue, a lui non consta che ci sia stata alcuna riunione finalizzata al conclave. Certo è un modo per far sapere che lui a quell’incontro non ha partecipato, pur essendo accreditato dai...

di Lucetta

Scaraffia

La rivoluzione in Vaticano continua. Non solo papa Francesco si è lamentato per le critiche e per possibili complotti che guardano già al prossimo conclave, ma perfino il cardinale segretario di stato Pietro Parolin, in genere prudente e discreto, ha dichiarato ai giornalisti che l’hanno interpellato la sua opinione in proposito: fatto salvo che forse il Pontefice ha altre fonti, diverse dalle sue, a lui non consta che ci sia stata alcuna riunione finalizzata al conclave. Certo è un modo per far sapere che lui a quell’incontro non ha partecipato, pur essendo accreditato dai media come uno dei candidati al soglio di Pietro; insomma, che lui non è tra i congiurati.

Ma è anche un modo del tutto inusuale per intervenire sulle parole del Papa, che di norma, almeno all’interno delle sacre mura, dovrebbero chiudere la questione senza appello. Ed è anche un modo per far capire che lui avrebbe affrontato diversamente il problema, se pure ci fosse stato, contrapponendo la sua natura riservata alla spontaneità e sincerità di papa Francesco. In questo modo Parolin non si mostra più solo nel suo ruolo, ma come una personalità caratterizzata.

Anche nel suo caso si affaccia – se pure in misura minore – una forma di protagonismo personale. E qui soprattutto sta la rivoluzione con la tradizione vaticana, la quale prevedeva sempre che l’appartenenza istituzionale prevalesse sulla personalità, perfino nel Papa. Ricordiamo tutti come suscitò consenso, ma anche stupore, Giovanni XXIII quando disse alla folla che lo ascoltava di dare, a casa, una carezza ai bambini da parte del papa. Una frase che rivelava aspetti imprevisti della sua personalità. Soprattutto, mostrava una personalità che usciva dalle strettoie rigide del ruolo papale.

Quasi sessant’anni sono passati, sempre più la personalità dei papi ha cominciato a imporsi, ma questa personalizzazione nella Chiesa aveva toccato solo marginalmente la Curia romana e la gerarchia ecclesiastica. Cardinali e vescovi si somigliavano un po’ tutti – le eccezioni come Martini si contavano sulle dita di una mano – perché si riferivano a un modello uguale: una benevolenza un po’ distaccata, risposte vaghe a qualsiasi domanda.

Ma i cambiamenti culturali entrano anche nella Chiesa, e la società dell’immagine comincia a rompere questa grigia ma tranquillizzante uniformità, e a far saltare un altro dogma indiscusso, lo stesso che fino a pochi anni fa condivideva con la corte inglese: i panni sporchi si lavano in famiglia. All’esterno non trapelava niente, quando si sospettava uno scandalo una coltre di silenzio copriva tutto. Basti pensare al silenzio che ha gravato – e grava – sul caso di Emanuela Orlandi.

Oggi perfino il segretario di stato parla, il processo a Becciu vuole dimostrare che neppure i cardinali sono al sicuro, e il Papa ascolta il suo infermiere piuttosto che il suo medico. Non bisogna guardare il passato, ha detto Bergoglio. Ma quando si fa parte di un’istituzione quasi bimillenaria è il passato a guardare noi. E a giudicarci.