Marco

Buticchi

Nella gran maggioranza dei casi rimangono l’affetto, la stima, i legami.

Ma la ‘patria potestà’, il dovere di istruire e mantenere i figli minori nel rispetto dei loro naturali interessi, cessa con la maggiore età.

Con questo non voglio dire che esista un preciso momento in cui ha termine l’obbligo morale di prendersi cura di un figlio, ma le ingerenze di un ‘padre padrone’ sono ben altra cosa.

Fatti eclatanti divulgati da star del mondo dello sport e dello spettacolo rappresentano la punta dell’iceberg di un rapporto morboso dettato non certo dall’attaccamento genitoriale, bensì da mera cupidigia e abuso di potere. Terminata l’età minore i genitori, invece di mettersi da parte e lasciar correre la vita ai figlioli, di quella stessa vita fanno cosa propria pretendendo di amministrare le esistenze di chi hanno generato avendone o meno un diritto legalmente sancito. Così interferiscono con la quotidianità dei figli spesso solo per quanto riguarda il loro patrimonio.

In questo modo cadono tutte le remore dettate dal vero amore consanguineo che esce squalificato da questioni d’interesse.

Se poi le questioni riguardano ancestrali obblighi irrazionali, come ad esempio un matrimonio combinato o la violenza domestica, allora la situazione si fa ancora più pericolosa e il nido familiare si trasforma in prigione con conseguenze drammatiche, nelle quali il solo protagonista negativo è il padre padrone.