Marina

Terragni

Il termine, ’architetta’, suonerà anche un po’ male. Mentre, si sa, suona benissimo ’operaia’, ’impiegata’, ’commessa’ o ’bidella’. Quando invece si tratta di professioni c’è sempre qualcosa da eccepire. L’Ordine degli Architetti di Cagliari ha ammesso l’uso della qualifica al femminile raggiungendo quelli di Bergamo, Roma, Torino, Milano, Modena, Treviso. Del resto la presidente di quell’Ordine, che conta quasi la metà di iscritte, è una donna, Teresa De Montis. E ad averlo richiesto è stata una delle iscritte, Silvia Mocci. Non sarà un obbligo – molte continuano a preferire la declinazione al maschile – ma una possibilità. Lieta di essere giornalista: il nostro Ordine potrebbe valutare la declinazione al maschile. Non ho dovuto pormi il problema. Che fu evidenziato per la prima volta nel 1987 dalla pioniera Alma Sabatini, politica d’altri tempi, nelle sue "Raccomandazioni per un Uso non sessista della lingua italiana": devo ancora avere il fascicolo impolverato da qualche parte, 34 anni fa, appunto, e siamo ancora qui. Ma se si può, considererei altre priorità. Che so: la disoccupazione femminile oltre i livelli di guardia, i mariti assassini e altre facezie. O il fatto che due ministre dimissionarie vengano definite "ancelle". Questa roba mi preoccupa di più. Con un’eccezione: a chi ci dà una mano nelle faccende di casa si dà frettolosamente il nome di ’donna’. Questo sì, non va bene. C’è bisogno di spiegare perché?