Matteo Massi Non è proprio come quell’estate a Newport di 55 anni fa (il 25 luglio 1965), ma poco ci manca. Allora Robert Allen Zimmerman, tra lo stupore generale, si presentò sul palco del festival, imbracciando una chitarra elettrica. Che suonava (in tutti i sensi), per i dylaniani di ferro,...

Matteo

Massi

Non è proprio come quell’estate a Newport di 55 anni fa (il 25 luglio 1965), ma poco ci manca. Allora Robert Allen Zimmerman, tra lo stupore generale, si presentò sul palco del festival, imbracciando una chitarra elettrica. Che suonava (in tutti i sensi), per i dylaniani di ferro, come un’eresia. Ora Bob Dylan in cambio di una cospicua (aggettivo perfino troppo riduttivo) cifra, mette sul tavolo dell’Universal Music, una major, i diritti delle sue canzoni. Che detto, per inciso, dovrebbero essere considerate patrimonio dell’umanità.

E tutto ciò stona con la figura di cantautore che lui più degli altri e prima degli altri, ha contributo a creare. Il cantautore non è solo colui che mette in bella prosa, arrivando in certi casi anche alla poesia, testi che diventano canzoni, ma è anche colui che ha il pieno controllo di ogni singola parola dei suoi brani. Tanto che lo stesso Dylan, non solo per il suo carattere così umbratile, ha sempre rinunciato a fornire spiegazioni sui suoi testi, mentre tutt’intorno critici e fan s’affannavano a dare interpretazioni e senso (anche quando non c’era) a ogni singola parola delle sue canzoni. E così dal 1964 lui era l’editore di se stesso e solo interprete per la Columbia, gruppo Sony. Se è vero che i tempi stanno per cambiare, come lui stesso canta, anche l’ultima certezza si sgretola e profuma di eresiatradimento come 55 anni fa: Dylan che si priva del suo tesoro, in cambio di un bell’assegno. Poco poetico, anche come eventuale testamento.