Il cadavere di Alessandra Vanni
Il cadavere di Alessandra Vanni
Milva Malatesta e suo figlio Mirko vennero trovati carbonizzati a Poneta di Barberino Valdelsa, in una Panda spinta fuori strada, come per simulare un incidente, e innaffiata con la miscela presa da una tanica poi abbandonata vicino all’auto. Era l’agosto del 1993. Quattro anni dopo, sempre in piena estate, in un altro angolo del Chianti, tra Firenze e Siena, Alessandra Vanni, ‘Siena 25’, tassista nella città del Palio, non tornò mai a casa dopo l’ultima corsa, che l’aveva portata nella campagna di Castellina: la mattina del 9 agosto 1997 la trovarono nel suo taxi, con le mani legate dietro allo schienale con lo stesso filo con cui era stata strangolata, probabilmente da due persone rimaste avvolte nell’ombra. Finora, due delitti insoluti, tre vittime accomunate da un atroce destino. Oggi c’è una pista che li lega, un’ipotesi investigativa che avvicina i due cold...

Milva Malatesta e suo figlio Mirko vennero trovati carbonizzati a Poneta di Barberino Valdelsa, in una Panda spinta fuori strada, come per simulare un incidente, e innaffiata con la miscela presa da una tanica poi abbandonata vicino all’auto. Era l’agosto del 1993.

Quattro anni dopo, sempre in piena estate, in un altro angolo del Chianti, tra Firenze e Siena, Alessandra Vanni, ‘Siena 25’, tassista nella città del Palio, non tornò mai a casa dopo l’ultima corsa, che l’aveva portata nella campagna di Castellina: la mattina del 9 agosto 1997 la trovarono nel suo taxi, con le mani legate dietro allo schienale con lo stesso filo con cui era stata strangolata, probabilmente da due persone rimaste avvolte nell’ombra. Finora, due delitti insoluti, tre vittime accomunate da un atroce destino. Oggi c’è una pista che li lega, un’ipotesi investigativa che avvicina i due cold case, fino a farli intrecciare. E far pensare a un serial killer.

C’era un uomo, nella vita di Milva, con il quale la giovane mamma – aveva 31 anni, 3 il figlio - doveva vedersi in quella che sarà la sua ultima sera. E quello stesso uomo, oggi, è indagato per l’omicidio di Alessandra.

Si chiama Nicola Fanetti, è un artigiano di Castellina in Chianti, il paese dove venne uccisa la tassista senese. Oggi ha 60 anni, ne aveva 32 quando, nell’estate del 1993, iniziò a frequentare la Malatesta. La sera del 19 agosto, Milva e Nicola dovevano incontrarsi sul piazzale di un benzinaio. Fanetti raccontò che non era arrivato in tempo all’appuntamento perché era finito fuori strada. Le indagini si concentrarono subito su di lui, ma poi virarono decise sull’ex marito di Milva, Francesco Rubbino, ossessionato dalla fine della loro storia. Ma Rubbino, che sarà anche arrestato, sarà assolto in ogni grado di giudizio. E l’omicidio di Milva e del figlio, rimasto un giallo, venne accostato anche ai misteri del mostro di Firenze, perché la madre della Malatesta, vedova dopo uno strano di suicidio del marito, si frequentava con Pietro Pacciani: era la donna con cui il contadino ballò il tragicomico ‘salto del capretto’. Ma oggi, dalle carte che i pm di Siena che indagano su Fanetti sono andati a prendere a Firenze, spunta una perizia incredibilmente ignorata, che suggerisce che ci sia qualcosa di non detto, e di molto ingombrante, nella sera dell’appuntamento tra Fanetti e la Malatesta.

L’artigiano venne soccorso malconcio da una coppia, a cui disse dell’inconveniente, l’incidente avuto. Saranno loro ad accompagnarlo al distributore. Milva non c’era, la coppia accompagnò quindi Fanetti a Castellina. Il padre lo porterà poi all’ospedale di Siena, da dove sarà dimesso intorno alle una.

Nel punto in cui l’artigiano disse di essere andato fuori strada con la sua Ape, la scientifica raccolse frammenti di un fanalino posteriore del motocarro, un pezzo del paraurti anteriore di una Panda, e un tappo di plastica di una tanica. La perizia ha stabilito che i pezzi del fanalino erano quelli rotti dell’Ape di Fanetti e che il tappo di plastica poteva avvitarsi con la tanica ritrovata vicino all’auto bruciata di Milva. Non fu possibile però comparare il brandello del paraurti trovato perché il fuoco aveva sciolto tutto. Però, a Poneta, una ventina di minuti di strada dal punto in cui Fanetti era uscito di strada, c’era una tanica senza il tappo. L’artigiano ammise di averne una con sé, per recarsi all’appuntamento del 19 agosto 1993: aveva il serbatoio vuoto e un amico gli prestò della miscela per raggiungere San Donato. Ed è proprio con la miscela che, diranno ancora le perizie, venne appiccato il fuoco all’utilitaria. La Panda avvolta nelle fiamme venne notata da un passante intorno alle tre del mattino. Secondo gli inquirenti, era stata incendiata poco prima. Oggi, gli inquirenti hanno anche ricercato quella tanica, in cerca di tracce del dna. Ma dal magazzino dei ‘corpi di reato’ è sparita. Forse buttata, o forse c’è un altro mistero nel mistero.

Recentemente, per l’omicidio della tassista, Fanetti è stato interrogato a Siena e, al termine del confronto, gli è stato prelevato il dna, come conferma il suo legale, Simone Meini. Sotto le unghie di Alessandra è stato trovato il materiale genetico di due persone. Indiscrezioni dicono che non sia quello di Fanetti, ma l’inchiesta è ancora aperta. E la verità poteva essere semplicemente sepolta in quegli stessi faldoni che non avevano portato a nulla.