Mario Draghi, 74 anni, ex governatore della Bce e premier incaricato di formare un nuovo governo
Mario Draghi, 74 anni, ex governatore della Bce e premier incaricato di formare un nuovo governo
di Antonella Coppari Sembrano realtà parallele. Fuori da Montecitorio, dove ieri Draghi ha consultato i partiti maggiori, nervosismo alle stelle, dubbi a valanga – almeno nella ex maggioranza di Conte – minacce di scissione. Rispunta persino il vaffa, brandito stavolta dai 5 Stelle ribelli contro Grillo. Quando però si entra nella sala della Regina tutto sembra procedere perfettamente: i leader sfilano uno dopo l’altro, e nessuno alza la voce o riconosce la drammaticità della scelta. Persino Giorgia Meloni, l’unica che non voterà la fiducia, è flautata: promette che "per i problemi degli italiani, Fd’I ci sarà sempre". Il Pd chiarisce che non c’è nessun veto sul "perimetro", come se non fosse questo il dramma che dilania i giallorossi da...

di Antonella Coppari

Sembrano realtà parallele. Fuori da Montecitorio, dove ieri Draghi ha consultato i partiti maggiori, nervosismo alle stelle, dubbi a valanga – almeno nella ex maggioranza di Conte – minacce di scissione. Rispunta persino il vaffa, brandito stavolta dai 5 Stelle ribelli contro Grillo. Quando però si entra nella sala della Regina tutto sembra procedere perfettamente: i leader sfilano uno dopo l’altro, e nessuno alza la voce o riconosce la drammaticità della scelta. Persino Giorgia Meloni, l’unica che non voterà la fiducia, è flautata: promette che "per i problemi degli italiani, Fd’I ci sarà sempre". Il Pd chiarisce che non c’è nessun veto sul "perimetro", come se non fosse questo il dramma che dilania i giallorossi da giorni. Leu non fa più cenno al pollice verso. Berlusconi legge un breve comunicato, giusto per far sapere che il governo durerà il tempo necessario.

Salvini giubila: non importa che non ci sia la flat tax, "è fondamentale che non ci siano più tasse". Detto, fatto: la Lega a Bruxelles passa dall’astensione al voto a favore del Recovery. Il Carroccio il voto di fiducia a Draghi l’ha espresso con un po’ di anticipo. Persino Crimi, che arriva scortato da Grillo, si dice contento di un programma in continuità con quello del governo precedente, che sposa la richiesta M5s (e di Pd e Leu), di puntare su Ambiente e riconversione ecologica.

È il miracolo di Super Mario? Il trucco di una sapiente diplomazia che dice a tutti quel che vogliono sentire? Il contrario esatto, il metodo di Draghi è diametralmente opposto: diplomazia del sorriso, questo sì. Attenzione agli interlocutori e alle loro principali istanze. Ma il programma è per tutti lo stesso: il suo. Pur senza entrare nei particolari, l’ha tratteggiato a grandi linee: la riforma fiscale ci sarà, con una rimodulazione delle aliquote in senso progressivo per renderle più eque. Investimenti pubblici sono garantiti, ma non a pioggia. Il futuro presidente del consiglio vuole concentrarsi sulle imprese vive e vitali, non su quelle "decotte".

Oltre alla riduzione del cuneo fiscale, promette interventi e non solo sussidi sul fronte del turismo e della cultura che, per definizione, decotto non è mai. Quanto alla gestione della pandemia avverte: "Ci vuole un salto di qualità". Call center per gestire la vaccinazione di massa, tamponi capillari specie nelle scuole e maggior numero di riaperture possibili. Sulla necessità di una proroga del blocco dei licenziamenti, l’ex presidente Bce non si è sbottonato anche se a tutti ha dato la sensazione che la proroga ci sarà: la vicenda verrà affrontata oggi nella consultazioni con le parti sociali. La concertazione è un punto fondamentale nella strategia di Draghi.

Di ministri non ha voluto parlare, anzi, ogni volta che il discorso si è pericolosamente avvicinato al capitolo nomi ha cambiato argomento. Ha martellato sulla necessità di rispettare la differenza di genere, facendo intuire che nel suo governo di donne ce ne saranno. L’equilibrio tra politici e tecnici, secondo alcune fonti, dovrebbe prevedere 12 politici rispetto agli 8 tecnici, ma le postazioni determinanti per la gestione del Recovery saranno proprio quelle 8. Con un punto interrogativo in più: la presenza dei leader. Speranza ci sarà ma in una veste quasi tecnica; di Maio ci spera, Renzi sembra fuori discussione, come pure Salvini e Conte. Zingaretti sarebbe stato tentato, anche se la sua opzione preferita sarebbe evitare l’ingresso dei politici. Si può capire: con la quantità di pretendenti che si affollano nel Pd, scegliere senza scontentare qualcuno è impossibile. Ma alla fine anche qui corre in soccorso la formula magica: deciderà il presidente incaricato. Che potrebbe sciogliere la riserva – contorsioni grilline permettendo – tra domani e sabato.