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22 giu 2022

Draghi tira diritto: il governo non rischia

Nell’intervento in Senato il premier rivendica la decisione di inviare armi all’Ucraina. "Il ministro Di Maio è inamovibile"

22 giu 2022
ettore maria colombo
Cronaca

di Ettore Maria Colombo

Presidente, è preoccupato per la scissione nei 5s? "No" (secco, lapidario). Presidente, è preoccupato per la tenuta del governo? "No" (largo, sereno). Presidente, è soddisfatto dal voto del Senato sulla risoluzione? Neppure un ‘sì’, solo un cenno del capo per annuire, cioè dire che è soddisfatto.

La ‘Sfinge’, alias Mario Draghi, risponde così ai giornalisti che gli si accalcano intorno mentre esce da palazzo Madama. Ha vinto la sua ennesima battaglia, quella, giocata in Parlamento, sul testo della risoluzione che seguiva alle sue comunicazioni in vista del Consiglio Ue di Bruxelles, a piene mani. Parlano i numeri: 219 sì, 20 voti contrari e 22 astenuti (i senatori di FdI sono 20, si sono aggiunti un M5s e un leghista), una percentuale che si può definire ‘bulgara’. Senza dire che, nella mozione parlamentare, la "fornitura di aiuti militari" all’Ucraina è scritta, nero su bianco, alla faccia del M5s. E senza neppure dover difendere il suo ministro – definito, a palazzo Chigi, "inamovibile", tanto per essere chiari, "pedina fondamentale del governo". Del resto, Draghi è fatto così. Preferisce ‘volare alto’.

Ma se la giornata è stata lunga e sfibrante, per il governo e per la maggioranza (fino a ora di pranzo il testo della risoluzione neppure c’era), per il premier è durata lo spazio di un dibattito parlamentare: ieri pomeriggio al Senato (replica, oggi, alla Camera, con minori patemi). Draghi non lascia alcun appiglio alle ubbie dei 5s, anche se, entrando in Aula, a chi gli chiedeva se fosse preoccupato, diceva solo "mah, vediamo".

Nel suo discorso, quello iniziale – un discorso de plano, privo di acuti, per non acuire le tensioni – ricorda i morti, le atrocità dei russi, la necessità delle sanzioni, la necessità di ricercare la pace, ma "la pace nei termini che sceglierà l’Ucraina". Soprattutto, dice che "L’Italia continuerà a lavorare con l’Ue e i partner G7 per sostenere l’Ucraina. Ricercare la pace, superare la crisi: questo è il mandato ricevuto dal Parlamento, da voi. Questa è la guida della nostra azione". Dunque, la strategia dell’Italia si muove su due fronti, quello del sostegno all’Ucraina e delle sanzioni contro la Russia. "Mosca – ha ricordato il premier – deve accettare di fermare le ostilità e sedersi al tavolo dei negoziati. Il conflitto rischia di creare una crisi umanitaria straordinaria, la situazione peggiorerà nei prossimi mesi". E qui parla delle forniture di grano, della necessità di una risoluzione dell’Onu.

Poi tocca il tema dolente del gas, della ricerca di fonti alternativa, della necessità di "agire per frenare l’aumento dei prezzi e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini". Infine rilancia la proposta italiana del price cap. Intanto che parlava, i partiti sfornavano l’intesa sulla risoluzione. Draghi, dopo il voto, ringrazia l’Aula per "l’unità, essenziale in questi momenti" con Di Maio, con cui scambia ogni tanto parole, seduto alla sua sinistra. Inamovibile. Il messaggio che manda palazzo Chigi è chiaro: la scissione nei 5s non provocherà ‘rimescolamenti’, rimpasti o strani alambicchi da manuale Cencelli. Il governo Draghi, finché c’è, questo è, questo resta.

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