Il presidente del Consiglio Mario Draghi, 73 anni, ieri a Palazzo Madama
Il presidente del Consiglio Mario Draghi, 73 anni, ieri a Palazzo Madama
di Antonella Coppari Draghi parla di fronte alle Camere di tutto in vista del prossimo consiglio europeo. Ma il passaggio che cronisti e parlamentari aspettano con il vertice non c’entra niente e arriva alla fine della lunga replica al Senato. Quando – prendendo al balzo la palla alzata dal democratico Alessandro Alfieri sulle discriminazioni – trova modo di rispondere sull’unico tema davvero all’ordine del giorno: la lettera inviata dal Vaticano il 17 giugno per chiedere interventi sul ddl Zan. Quella del premier è una difesa convinta, a spada tratta della laicità dello Stato: "Il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere, sono considerazioni ovvie, e di legiferare". Draghi evita di entrare nel merito della legge tanto più che "non è il momento del governo, bensì del Parlamento", ma risponde per le rime ai...

di Antonella Coppari

Draghi parla di fronte alle Camere di tutto in vista del prossimo consiglio europeo. Ma il passaggio che cronisti e parlamentari aspettano con il vertice non c’entra niente e arriva alla fine della lunga replica al Senato. Quando – prendendo al balzo la palla alzata dal democratico Alessandro Alfieri sulle discriminazioni – trova modo di rispondere sull’unico tema davvero all’ordine del giorno: la lettera inviata dal Vaticano il 17 giugno per chiedere interventi sul ddl Zan. Quella del premier è una difesa convinta, a spada tratta della laicità dello Stato: "Il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere, sono considerazioni ovvie, e di legiferare". Draghi evita di entrare nel merito della legge tanto più che "non è il momento del governo, bensì del Parlamento", ma risponde per le rime ai timori espressi dal Vaticano. Contrariamente alle anticipazioni dei giorni scorsi, la lettera non allude al nodo della scuola, si concentra solo sul rischio di limitazione della libertà di pensiero "assicurata dal regime concordatario" ai cattolici, a causa "della criminalizzazione delle condotte discriminatorie". Le voci che arrivano da Oltretevere dicono che in realtà le alte sfere ecclesiastiche sarebbero anche contrarie all’istituzione della giornata contro l’omofobia, ma di questo lo scritto non parla: cita solo l’attentato alla libertà di pensiero, e quella, avverte il premier, – è paura infondata: "Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi in Parlamento e poi quelli successivi nella Corte Costituzionale". Le reti di protezione sono tali e tante che la Santa sede non ha nulla da temere. In più, ricorda che l’Italia "ha sottoscritto con altri 16 paesi europei una dichiarazione in cui si esprime preoccupazione per gli articoli di legge che in Ungheria che discriminano in base all’orientamento sessuale". L’ala pro-Zan esulta: "Parole altissime e sagge".

Eppure, un segnale preciso a favore del dialogo e dunque, della possibilità di trovare un compromesso per individuare modifiche al testo, il premier lo lancia: "Laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, è tutela del pluralismo e delle diversità culturali". Lo fa citando una sentenza della corte costituzionale del 1989, cara ai cattolici perché – pur attribuendo la priorità alla laicità dello Stato – la declina in modo molto diverso da quella francese.

Il problema in effetti è tutto lì, sulle modifiche. Il Pd oscilla: Letta (in contatto con Palazzo Chigi) l’altro ieri è riuscito nel giro di poche ore ad assumere posizioni diametralmente opposte. Nei 5stelle, favorevole ad apportare cambiamenti sarebbe lo stesso Conte, il cui silenzio nel coro seguito alla notizia della lettera del Vaticano non è sfuggito a nessuno. Per Italia viva – i cui voti potrebbero rivelarsi determinanti – la questione è discriminante: senza quelle modifiche non voterà il ddl. Di qui la richiesta del tavolo di confronto. È questo il fronte su cui ci sarà lo scontro reale, ma è storia di domani, perché la legge già approvata alla Camera in Aula deve arrivarci: per ora è ferma in commissione giustizia al Senato. Il d-day è il 6 luglio, quando l’assemblea di Palazzo Madama voterà per decidere se iniziare l’esame la settimana successiva, come chiede il centrosinistra. La conferenza dei capigruppo ieri è finita con una fumata nera: impossibile comporre il braccio di ferro tra Pd-M5s-LeU e Iv che insistevano per portare il ddl in Aula "la settimana del 13 luglio", e Fd’I–Lega che chiedevano di interrompere l’esame per verificare se c’è attentato al Concordato.

Sulla carta trovare un accordo rivedendo il testo non dovrebbe essere un’impresa titanica, invece lo è perché i sostenitori del ddl temono che la pur minima modifica implicherebbe un nuovo passaggio alla Camera con dilatazione dei tempi. Dall’altro FI (sostenuta dal resto della destra) propone una formula che rimetterebbe in discussione non solo il ddl, ma l’intero impianto della legge Mancino, ipotesi che nello schieramento avverso considerano fuori discussione. In mezzo il sospetto di Pd-Leu-M5s, malgrado le rassicurazioni, di un brutto scherzo dei renziani in Aula.