Di Maio con Conte
Di Maio con Conte
Democristiano di osservanza dorotea lo abbiamo già definito qualche settimana fa. Così come non è un mistero che si senta draghiano in servizio permanente effettivo fin da prima che l’ex numero uno della Bce arrivasse a Palazzo Chigi. E l’asse Farnesina-Palazzo Chigi è sempre più stretto, come dimostra, a dispetto della reazione irata di Giuseppe Conte, la recente nomina dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni alla guida dei servizi. Ma, nella metamorfosi politica (solo all’apparenza improvvisa) di Luigi Di Maio non c’è solo la fine del giustizialismo. Al racconto manca un terzo aggettivo: il ministro degli Esteri, lasciato alle spalle il grillismo naif ed estremista delle origini, è trasversale come nessun altro. È una tela fitta di relazioni politiche e personali, ecumeniche e sorprendenti, quella che l’ex leader stellato ha intessuto in questi tre anni...

Democristiano di osservanza dorotea lo abbiamo già definito qualche settimana fa. Così come non è un mistero che si senta draghiano in servizio permanente effettivo fin da prima che l’ex numero uno della Bce arrivasse a Palazzo Chigi. E l’asse Farnesina-Palazzo Chigi è sempre più stretto, come dimostra, a dispetto della reazione irata di Giuseppe Conte, la recente nomina dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni alla guida dei servizi. Ma, nella metamorfosi politica (solo all’apparenza improvvisa) di Luigi Di Maio non c’è solo la fine del giustizialismo. Al racconto manca un terzo aggettivo: il ministro degli Esteri, lasciato alle spalle il grillismo naif ed estremista delle origini, è trasversale come nessun altro.

È una tela fitta di relazioni politiche e personali, ecumeniche e sorprendenti, quella che l’ex leader stellato ha intessuto in questi tre anni che hanno visto un tourbillon di governi e maggioranze senza che il giovane attivista di Pomigliano restasse mai fuori dall’esecutivo.

Ne è dimostrazione plastica, da ultimo, l’immagine della conferenza stampa con il ministro del Sud, Mara Carfagna, in occasione della firma di un protocollo congiunto sul Made in Italy: sorrisi e complimenti à gogo. E, per restare a Forza Italia, sono più che consolidati e sistematici i rapporti con Gianni Letta, il gran regista di Silvio Berlusconi: ad accomunarli anche l’aplomb diplomatico e la cravatta istituzionale d’ordinanza sull’abito a tinta unita sempre. E lusinghiere, del resto, sono state le parole di Renato Brunetta a Il Foglio: "Di Maio? Un vero leader, intelligente e preparato".

Sul fronte Lega è antica la stima reciproca tra Di Maio e Giancarlo Giorgetti, tanto che quando quest’ultimo è diventato ministro dello Sviluppo economico è stata subito avviata una cabina di regia condivisa sull’attrazione degli investimenti stranieri. A unirli, del testo, anche la "passione" per Draghi.

Con Massimiliano Fedriga, nuovo presidente della Conferenza delle Regioni, il rapporto è ugualmente ottimo. I due si sentono spesso e hanno lavorato a stretto contatto su alcuni dossier come quello che riguarda il confine con la Slovenia. All’appello manca Matteo Salvini, ma sulla loro amicizia nel governo giallo-verde si sono scritte pagine e pagine di cronaca politica: il Papeete segnò di sicuro una rottura, anche personale, e poco servì la rincorsa in extremis del capo leghista per sostenere "Luigi" a Palazzo Chigi. Oggi, però, è un’altra storia: e chissà.

Nessuna polemica, neanche a cercarla con il lanternino, con Giorgia Meloni. Anzi, Guido Crosetto, cofondatore di Fd’I, non ha lesinato: "Sulla liberazione di Zaki, Luigi Di Maio ha ragione: premiano più il lavoro e le pressioni diplomatiche che non gli hashtag e le prese di posizione dei singoli".

Ma il feeling trasversale del Ministro non riguarda solo il centro-destra. Con l’altro Letta, Enrico, ha avuto più di un colloquio all’insegna del "buonissimo clima" e di "una buona intesa". Lo stesso leader dem, al quotidiano spagnolo Abc, ha parlato di Di Maio come di un politico "di grandi qualità". Viene da più lontano l’intesa (definita "ottima") con Stefano Bonaccini: i due hanno firmato da poco un progetto riguardante l’export e il Gran Premio di Imola. Trasversale in Italia, Di Maio, con l’approdo di Draghi a Palazzo Chigi, ha mandato in cascina ogni residuo delle ambiguità e del trumpismo di Conte ("Giuseppi") in politica estera: all’europeismo ritrovato già da qualche tempo si è aggiunto un deciso atlantismo filo-Biden. Da qui il consolidamento dei buoni rapporti con l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, lo scambio assai cordiale di qualche settimana fa con il presidente francese Macron, ma anche la foto del G7 con Boris Johnson. Ma, soprattutto, da qui gli incontri con gli uomini di punta del Presidente Usa: dall’inviato speciale per il clima, John Kerry, al segretario di Stato Antony Blinken, incontrato negli Stati Uniti in piena pandemia (primo tra i Ministri europei).

E così, mentre l’ex premier si ritrova nella palude delle beghe interne del Movimento, alle prese con tribunali e fuoriusciti, senza riuscire a far decollare il grillismo 2.0, Di Maio appare sempre di più punto di riferimento (anche in questo caso trasversale) e àncora di salvezza anche per la sua stessa forza politica o, meglio, per quel che sarà di essa nei prossimi mesi.