Il commissario straordinario per l'emergenza Covd-19, Domenico Arcuri (Ansa)
Il commissario straordinario per l'emergenza Covd-19, Domenico Arcuri (Ansa)
A mettere in fila i conti che non tornano in questo inizio d’anno tetro, confuso e gonfio di paure c’è da restare senza fiato. Le cose che non vanno hanno nomi precisi: scuola, vaccini, restrizioni, imprese al tracollo, ristori, Recovery, Mes, scontri istituzionali. E hanno "anche" cognomi e responsabili. E per carità di Patria lasciamo fuori da questo inventario del caos italiano, nel pieno della pandemia, la crisi politica. Crisi in stallo, a Renzi il rimpasto non serve. La tentazione del Pd: elezioni anticipate LA SCUOLA NEL PANTANO Siamo dovuti arrivare all’altra notte per assistere a una desolante contesa tra ministri e partiti proprio sulla scuola, dopo che per settimane ci era stato raccontato che erano al lavoro i prefetti per organizzare una adeguata ripresa delle lezioni in presenza da domani. E, invece, all’ultimo minuto abbiamo scoperto che era stato fatto poco o niente, se è vero che i governatori delle principali regioni e il capo-delegazione del Pd, Dario Franceschini, hanno chiesto di...

A mettere in fila i conti che non tornano in questo inizio d’anno tetro, confuso e gonfio di paure c’è da restare senza fiato. Le cose che non vanno hanno nomi precisi: scuola, vaccini, restrizioni, imprese al tracollo, ristori, Recovery, Mes, scontri istituzionali. E hanno "anche" cognomi e responsabili. E per carità di Patria lasciamo fuori da questo inventario del caos italiano, nel pieno della pandemia, la crisi politica.

Crisi in stallo, a Renzi il rimpasto non serve. La tentazione del Pd: elezioni anticipate

LA SCUOLA NEL PANTANO

Siamo dovuti arrivare all’altra notte per assistere a una desolante contesa tra ministri e partiti proprio sulla scuola, dopo che per settimane ci era stato raccontato che erano al lavoro i prefetti per organizzare una adeguata ripresa delle lezioni in presenza da domani. E, invece, all’ultimo minuto abbiamo scoperto che era stato fatto poco o niente, se è vero che i governatori delle principali regioni e il capo-delegazione del Pd, Dario Franceschini, hanno chiesto di rinviare tutto. E solo un compromesso politico, raggiuto con il favore delle tenebre, ha prodotto il clamoroso (sic) risultato di un rinvio di 4 giorni: come se in un week end si potesse realizzare quello che si doveva fare prima e non si è fatto. Ma alla fine scopriamo che neanche l’11 è un punto fermo: le Regioni andranno in ordine sparso e i ragazzi non torneranno in classe prima di un mese o quasi.

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LA LOTTERIA DEI COLORI

Ma come in una roulette, questa volta creata dal governo da solo, ci si è inventati anche il gioco delle Regioni a colori variabili, con cambi settimanali, nessuna programmazione, precarietà e provvisorietà delle decisioni. Soprattutto con anticipi minimi e durate limitate. E poiché il rosso, il giallo e l’arancione non bastavano, spunta anche il bianco. Una babele di regole, limitazioni e divieti, che hanno il solo effetto di far esacerbare i cittadini e far pagare a ristoratori, baristi, commercianti, il prezzo dell’improvvisazione al potere.

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I VACCINI TRA PRIMULE E RITARDI

Ma i capi delle Regioni, insieme con Palazzo Chigi, il ministro della Salute Roberto Speranza e l’onnipotente commissario Domenico Arcuri, tornano in ballo anche per il capitolo vaccini. Non si chiede di fare come in Israele (vaccinazioni h 24) e neanche come a Napoli nel ’73, quando, come rammenta Roberto Burioni, fu vaccinato un milione di persone in una settimana. Ma, tra siringhe inappropriate, medici lasciati in ferie, logistica inadeguata, a una settimana dall’avvio delle operazioni (che riguardano solo i sanitari e le case di riposo, beninteso), abbiamo ancora da smaltire la prima fornitura, mentre è stata consegnata anche la seconda. E non sappiamo niente o quasi dell’organizzazione della vera vaccinazione di massa: il personale (15 mila addetti) è tutto da assumere, i centri di somministrazione da realizzare, le modalità di convocazione dei cittadini da definire. In compenso, abbiamo la primula, il fiore della campagna.

LE BRICIOLE DEI RISTORI

Certo, se la mancanza di un disegno su aperture e chiusure fosse compensato da adeguati indennizzi, ci sarebbe almeno una compensazione. Al contrario di quel che accade in Francia o Germania, da noi gli indennizzi coprono non più del 20 per cento delle perdite: una mancia, a fronte di un tracollo di attività prolungato nel tempo e senza prospettive di ripresa a breve,. Sanificazioni, protezioni, distanziamento sono serviti a ben poco per evitare il blocco. Ristoratori e albergatori sono stati abbandonati.

IL RECOVERY DEI BONUS

Ma se il presente è quello che è, ci si potrebbe almeno consolare con le magnifiche sorti e progressive del Recovery Plan, una montagna di risorse per scommettere sul futuro di quelle generazioni sulle cui spalle stiamo caricando altre centinaia di miliardi di debito. E invece no: tra tira e molla e copia e incolla, la versione del Piano Marshall italiano si sta rivelando uno strumento per finanziare una miriade di progetti spot, una raffica di bonus a perdere, e investimenti in opere pubbliche già finanziate e mai realizzate.

IL MES DELLA DISCORDIA

Ci si sarebbe attesi che lo stesso Recovery avesse destinato alla sanità una cospicua fetta di miliardi. E, invece, abbiamo dovuto assistere all’ennesimo braccio di ferro per salire da 9 a 14. Ma, quel che è peggio, è che si è chiusa la porta alla possibilità di ricorrere agli oltre 30 miliardi del Mes per rivoluzionare il nostro sistema sanitario.

DAL CAOS GESTIONALE AL CAOS ISTITUZIONALE

Insomma, la lezione della prima fase dell’epidemia non è servita a niente: abbiamo sprecato mesi utili per programmare come fronteggiare la seconda ondata. Abbiamo sprecato la tregua che il virus ci ha concesso anche per regolare quel conflitto continuo e lacerante tra regioni e governo che ha reso evidente i limiti del nostro assetto di poteri, ma anche le responsabilità colpevoli di una classe politica nazionale e locale che ha fatto di tutto per mettere in primo piano interessi di parte e di partito.