Marina

Terragni

Nel corso del webinar “Obiettivo 62%” (media del lavoro femminile in Europa: l’Italia è inchiodata al 48) il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha proposto piattaforme anonime

per denunciare il datore

di lavoro che al momento dell’assunzione faccia domande “personali” a una donna: la più classica, su eventuali progetti di maternità.

L’anonimato è sempre disdicevole, e forse ci sarebbero altre cose da fare

- economicamente più onerose, a cominciare da welfare e servizi - per favorire il lavoro delle donne.

Ma se anche quella di Orlando fosse solo una boutade

- nonché una misura a costo zero - avrebbe il merito di segnalare un problema reale: sbarramenti all’ingresso, dimissioni in bianco, la maternità come lusso e “dispetto” all’azienda, alla faccia della denatalità.

Paradigmatica la vicenda di Lara Lugli, pallavolista del Volley Pordenone privata dell’ultimo stipendio prima del licenziamento perché incinta, a cui la società ha indirizzato una richiesta danni per non aver comunicato "l’intenzione di voler avere figli".

Le segnalazioni anonime, a cui ovviamente seguirebbero verifiche dell’autorità giudiziaria, potrebbero essere utili anche in caso di gap salariale, mobbing o molestie, fatta salva la possibilità della denuncia a viso aperto per chi ha forza sufficiente per fare fronte a possibili ritorsioni.

L’anonimato, certo, è un rimedio estremo. Ma anche il male oggi lo è.