di Matteo Alfieri Ad un certo punto, dopo l’ennesimo pestaggio, ha raccontato tutto ai genitori. A parlare un bambino, che all’epoca dei fatti frequentava gli ultimi anni delle elementari. "Frocio, handicappato" gli urlavano i suoi compagni. E poi cazzotti e calci. Spesso in classe e durante le ore di lezione. Un inferno che un bambino (che oggi di anni ne ha sedici), disabile dalla nascita per una patologia che gli ha bloccato tutta una parte del suo corpo, ha dovuto subire dai 7 agli 11 anni. Per ben tre volte è dovuto ricorrere alle cure ospedaliere e l’ultima volta, dopo aver subìto la frattura di una mano presa a calci, sono stati i medici ad attivare il Codice Rosa". Violenze quotidiane, dunque, ora riconosciute anche dalla giustizia: la sentenza di primo grado del...

di Matteo Alfieri

Ad un certo punto, dopo l’ennesimo pestaggio, ha raccontato tutto ai genitori. A parlare un bambino, che all’epoca dei fatti frequentava gli ultimi anni delle elementari. "Frocio, handicappato" gli urlavano i suoi compagni. E poi cazzotti e calci. Spesso in classe e durante le ore di lezione. Un inferno che un bambino (che oggi di anni ne ha sedici), disabile dalla nascita per una patologia che gli ha bloccato tutta una parte del suo corpo, ha dovuto subire dai 7 agli 11 anni. Per ben tre volte è dovuto ricorrere alle cure ospedaliere e l’ultima volta, dopo aver subìto la frattura di una mano presa a calci, sono stati i medici ad attivare il Codice Rosa".

Violenze quotidiane, dunque, ora riconosciute anche dalla giustizia: la sentenza di primo grado del Tribunale civile di Firenze ha infatti condannato il ministero della Pubblica istruzione e l’assicurazione della scuola a risarcire la vittima e la famiglia con 95mila euro. Il ministero, dopo la richiesta effettuata dall’avvocato che cura gli interessi della famiglia, Serena Iazzetta, ha accettato il pronunciamento del tribunale. L’assicurazione delegata al pagamento ha deciso invece di ricorrere in appello. Lo Stato, dunque, per la prima volta pagherà i danni per fatti accaduti in una scuola pubblica. Un riconoscimento per un ragazzo, tra l’altro disabile grave, che ha avuto solo la colpa di subire troppo in silenzio.

La causa dei genitori fu promossa nel 2016 dopo l’ennesimo atto di bullismo. Fu lui a raccontare, finalmente, cosa accadeva dentro in classe da troppo tempo. "È stata riconosciuta dal tribunale per la prima volta la ripetitività di queste condotte – ha detto il legale Serena Iazzetta – Ecco perché si parla di bullismo e non di lesioni a scuola. Fortunatamente, almeno per il momento, è stata fatta giustizia". Una storia dirompente. Che rischia di stravolgere il futuro per tutti coloro che vogliono prevaricare un altro soltanto perché più grande o "diverso". Una storia anche di omissioni e di mancato controllo.

"I primi casi, infatti – racconta il padre del ragazzo – furono considerati solo delle discussioni fra bambini, anche dalle maestre e dagli altri genitori. All’epoca ho preferito anche io chiudere la storia con un chiarimento e con la promessa dei genitori che la cosa non si sarebbe più ripetuta". Promessa che cadde nel vuoto. E le aggressioni riprendono, causando ferite non solo fisiche per il bambino, ma anche psicologiche. Alla fine saranno 48 i giorni (documentati) di malattia in ospedale prescritti per le conseguenze causate dalle aggressioni a scuola. Mentre altri 40 saranno i giorni di malattia prescritti dal medico generico.

"Come mi sento? Non bene. E’ stata un’esperienza di vita orribile che non la auguro neppure al mio peggior nemico – aggiunge il padre del ragazzo –. "I soldi non mi interessano, rinuncerei a tutto per cancellare dalla testa di mio figlio le angherie che ha dovuto subire. La sua vita, purtroppo, è rovinata". Il padre prende fiato e poi riparte. "I primi due anni di scuola sono andati alla grande, poi in terza elementare deve essere accaduto qualcosa – racconta –. La situazione è peggiorata di colpo e fino alla quinta è stato un inferno. C’erano alcuni ragazzi che lo picchiavano ogni giorno. Forse la colpa è stata anche nostra perché abbiamo minimizzato all’inizio la situazione, ma non volevo accettare che mio figlio venisse pichiato in un ambiente che credevo sicuro. Ringrazio tutte quelle persone, tra cui la società sportiva dove ora mio figlio passa molte ore come assistente, perché ha ritrovato serenità".

Una storia, questa, che il padre circoscrive bene. "E’ giusto che il risarcimento lo paghi lo Stato. Perché è lo Stato responsabile di questa situazione. Non si può portare un figlio a scuola, un posto che dovrebbe essere sicuro, e riprenderlo ferito. Dove erano gli insegnanti, gli amministrativi e tutte quelle persone che lavorano nell’istituto quando mio figlio veniva pestato?".