Matteo

Massi

A qualcuno Diego Armando Maradona ha salvato la vita. Quel qualcuno si chiama Paolo Sorrentino e oggi esce il suo film più autobiografico “È stata la mano di Dio“, proprio a un anno dalla morte del Pibe de oro. Non è solo una questione di destino, di vite che s’incrociano e di quel fato (ma ognuno ne è in parte artefice) che è stato beffardo con Dieguito e salvifico con Sorrentino (che per vedere una partita del Diez a Empoli non seguì in vacanza i genitori, morti poi nella casa di Roccaraso). Ora che Maradona non c’è più – dopo dodici mesi di speculazioni (con i soliti sciacalli in agguato), rivelazioni tardive – lasciatelo riposare in pace. Eduardo Galeano, lo scrittore, con quattro verbi descrisse la vita di Diego: giocò, vinse, pisciò e fu sconfitto.

La sconfitta definitiva, nel confine che passa impercettibile tra fama e oblio, è arrivata in un pomeriggio di novembre: quando Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi, è morto quasi come un clochard. Solo, abbandonato, appesantito, con il cuore così provato da fermarsi in un istante. Quel cuore, il suo, capace di tutto – della grande bellezza e meraviglia regalata e anche della più profonda bassezza – gli è stato tolto, al momento della sepoltura. Avevano paura che i suoi fan – che in molti casi si sentono orfani – sarebbero andati a profanare la tomba. Sulla lapide ha voluto soltanto: "Grazie alla palla". E qualcuno ha aggiunto: "Ci manchi". Ma ora, davvero, lasciatelo in pace.