L’omaggio a Maradona prima del match argentino Boca Juniors-Newell’s Old Boys
L’omaggio a Maradona prima del match argentino Boca Juniors-Newell’s Old Boys
di Riccardo Jannello Se fosse vero che Diego Armando Maradona voleva morire, che era stanco di tutti e di tutto come ha detto il suo amico e manager Stefano Ceci, poteva scegliere un modo più semplice per andarsene. Invece ogni giorno si scoprono cose sempre meno sacre sulla fine del "Dio del calcio". L’inchiesta della procura di San Isidro ha al momento un solo indagato per omicidio colposo, il neurochirurgo Leopoldo Luque, 39 anni, uomo da copertina. Ha operato lui Diego alla testa il 3 novembre. Ed è stato lui, al fianco del Pibe de Oro da quattro anni, ad avere scatenato la polemica dell’ex...

di Riccardo Jannello

Se fosse vero che Diego Armando Maradona voleva morire, che era stanco di tutti e di tutto come ha detto il suo amico e manager Stefano Ceci, poteva scegliere un modo più semplice per andarsene. Invece ogni giorno si scoprono cose sempre meno sacre sulla fine del "Dio del calcio". L’inchiesta della procura di San Isidro ha al momento un solo indagato per omicidio colposo, il neurochirurgo Leopoldo Luque, 39 anni, uomo da copertina. Ha operato lui Diego alla testa il 3 novembre. Ed è stato lui, al fianco del Pibe de Oro da quattro anni, ad avere scatenato la polemica dell’ex medico, Alfredo Cahe, dell’avvocato, Matias Morla, e della famiglia – la prima moglie Claudia Villafane e le figlie Dalma e Gianina – sulla dimissione dalla clinica troppo rapida.

Maradona, dicono, aveva necessità di un’assistenza migliore nella "degenza casalinga". Il procuratore John Broyad e l’apposito pool hanno sentito di nuovo Dahiana Gisela Madrid, l’infermiera che era a casa del Pibe al momento della morte, assistita dall’avvocato Rodofo Baqué. Il giorno cardine da cui tutto è nato è il 19 novembre, poco meno di una settimana prima che Diego morisse per infarto. Quel giorno Luque è stato nella casa al lotto 45 di calle Picardio a San Andrés, ma l’incontro col campione sarebbe finito a urla e strepiti e il medico – che da allora non si è più visto nella casa – avrebbe preso un pugno in faccia, non si sa se da Maradona o da un’altra persona presente, per esempio il nipote Johnny, che viveva con lui. Alla base della disputa probabilmente i farmaci. Quel giorno Diego era in "astinenza da sostanze" – Maradona diceva di avere sconfitto la droga, ma di essere caduto in preda all’alcolismo e ai farmaci –, come ha dichiarato la psichiatra Agustina Cosachov, e ha perduto l’equilibrio cadendo e battendo la testa, nella parte destra opposta a quella dell’intervento al cervello. Nessuno ha avvertito i soccorsi, ma Diego si è chiuso per tre giorni in camera e neppure Dahiana e le altre due infermiere che si alternavano al capezzale potevano entrare: farmaci e cibo dovevano essere lasciati fuori dalla porta.

In un momento d’ira, Maradona avrebbe anche licenziato Dahiana, ma la ragazza continuava lo stesso a prestare servizio convinta dall’entourage del Pibe. In quei giorni El Diez aveva battiti cardiaci ben sopra i 100. "Il suo cuore era distrutto, ma chi doveva preoccuparsene non l’ha fatto", dice l‘infermiera. Ci si chiede come mai non ci fosse un’ambulanza ferma 24 ore su 24 di fronte alla casa per ogni evenienza, come avrebbe dovuto essere negli accordi per la dimissione del campione dalla clinica Olivos e come più volte la dottoressa Cosachov aveva chiesto. "Nego che ciò sia accaduto – replica Luque –. Se mi avesse fatto per scritto una richiesta del genere io l’avrei accolta". Il neurochirurgo si è presentato in procura, ma non è stato ascoltato. "Non voglio essere il capro espiatorio – ha dichiarato alla stampa –, io ho amato Maradona e non sono davvero responsabile della sua morte. Altri gli hanno fatto male".