di Elena G. Polidori Le espulsioni vanno avanti. Nonostante la contrarietà di un componente del collegio dei Probiviri, degli strali di Alessandro Di Battista e della contrarietà della base, che si sta spaccando sempre più. Il Movimento 5 stelle vive ore drammatiche dopo la cacciata di una quarantina di parlamentari (21 alla Camera e 15 al Senato, ma i numeri sono ancora ballerini) che gli hanno tolto il primato di partito di maggioranza relativa. A breve, dunque, non ci sarà più solo un M5s, ma due, uno nella maggioranza, tendenza Draghi e l’altro all’opposizione, osservanza Di Battista, il pasionario grillino che, tuttavia, nega ogni responsabiltà nella rivolta. Sostiene, infatti...

di Elena G. Polidori

Le espulsioni vanno avanti. Nonostante la contrarietà di un componente del collegio dei Probiviri, degli strali di Alessandro Di Battista e della contrarietà della base, che si sta spaccando sempre più. Il Movimento 5 stelle vive ore drammatiche dopo la cacciata di una quarantina di parlamentari (21 alla Camera e 15 al Senato, ma i numeri sono ancora ballerini) che gli hanno tolto il primato di partito di maggioranza relativa. A breve, dunque, non ci sarà più solo un M5s, ma due, uno nella maggioranza, tendenza Draghi e l’altro all’opposizione, osservanza Di Battista, il pasionario grillino che, tuttavia, nega ogni responsabiltà nella rivolta.

Sostiene, infatti Di Battista: "Io non faccio correnti, alcuni (espulsi, ndr) mi hanno chiesto consiglio - ha spiegato ieri in una diretta Instagram - gli ho detto ‘fate ricorso per essere riammessi nel Movimento, se vi credete nel giusto’". Ma Dibba, in realtà, sta costruendo una leadership alternativa a quella che presto sarà di Giuseppe Conte nel M5s di governo. E per questo ieri ha organizzato una diretta Instagram per rispondere alla sua base barricadera. "Mi sto dedicando da fuori a portare avanti determinate battaglie che erano del M5s - ha spiegato - io non ho cambiato idea, non sono io a non pensarla più come il M5s, ma è il M5s a non pensarla come me". "Il governo Draghi - ha proseguito - è un’accozzaglia indecorosa e un assembramento parlamentare pericoloso. Non ho le prove, ma sono sicuro che Gianni Letta sia l’artefice dell’operazione Draghi".

"Un mese fa - ha svelato ancora - ho ricucito con molti esponenti che mi hanno ricoinvolto perché Renzi stava aprendo la crisi. Mi è stato chiesto di dare una mano. Mi è stato detto che la linea era con Conte e mai con Renzi. Mi andava bene, mi è stato assicurato che la linea non sarebbe cambiata. Avevo dato la disponibilità a entrare in un governo Conte ter senza Renzi. Poi non è stato fatto, non ci si è riusciti perché ci sono stati degli ostacoli. Quando è rientrato Renzi io mi sono fatto da parte perché non volevo avere nulla a che fare con queste persone". Spietato, infine, il giudizio su Draghi: "Per me è l’antitesi rispetto a determinate idee sullo stato sociale e sull’attenzione al piccolo, alle piccole imprese. Ogni volta che Draghi dice qualcosa, sembra che sia venuto in terra il tredicesimo apostolo. Questo non mi sta bene". E in ultimo, smentendo di voler creare una propria fazione sotto il simbolo che fu di Antonio Di Pietro di Italia Dei Valori, Di Battista è stato netto: "Ma quando mai? Vengano allo scoperto gli avvelenatori di pozzi".

Il fatto certo resta comunque uno: il M5s si è diviso e malgrado un espulso eccellente come Nicola Morra, presidente dell’Antimafia, inviti a far prevalere "la ragionevolezza in tutte le parti". Nel cuore del M5s di governo si sta lavorando alla nuova organizzazione interna, in barba a ogni terremoto. In pole per ricoprire uno dei cinque incarichi di vertice Paola Taverna, l’ex ministra Lucia Azzolina e, ovviamente, Luigi Di Maio. Vito Crimi non ci dovrebbe essere, ma pare possano avanzare una candidatura l’ex ministro Danilo Toninelli e l’eurodeputato Dino Giarrusso. Alla spaccatura sul governo Draghi si somma poi un’altra incongnita: quella della piattaforma Rousseau. I rapporti tra Beppe Grillo e il figlio di Gianroberto Casaleggio sono al minimo. Ma, senza una ricucitura, il rischio è che la guerra si trasferisca sul simbolo e - soprattutto - lo Statuto.