RICCARDO JANNELLO
Cronaca

Detenuta in Kazakistan. La 18enne italiana è in cella da tre mesi. La mamma: "Aiutateci"

Denuncia della famiglia: segregata e maltrattata, ha provato a uccidersi. E la Farnesina: "Seguiamo il caso, forniremo la massima assistenza". La ragazza rischia 15 anni per l’accusa di traffico internazionale di droga. .

ASTANA (Kazakistan)

È avvolta nel mistero la storia di Amina, una diciottenne italiana di origine kazaka che da mesi sta vivendo un calvario nel Paese caucasico dove si era recata in vacanza con la madre. La ragazza è in carcere, accusata dalla polizia locale di traffico internazionale di stupefacenti, ma si dichiara innocente e vittima di un grande sopruso da parte dei militari locali. "Mia figlia è disperata – ha dichiarato la madre, Assemgul Sepanova, con la quale era partita e che riesce a vederla nel carcere dov’è detenuta –, è stata vittima di violenze da parte dei gendarmi e per due volte ha tentato il suicidio". La ragazza ha consegnato nelle mani della donna un biglietto di poche righe: "Chiedo aiuto all’Italia e in particolare al ministro Tajani, vi prego aiutatemi, voglio tornare a casa". La Farnesina segue il caso e il nostro ministro degli Esteri ha dato disposizioni all’ambasciata ad Astana di garantire la massima assistenza alla connazionale, che riceve visite regolari da parte del personale consolare italiano in Kazakistan. Durante le fasi processuali, viene assicurato, un funzionario dell’ambasciata ha sempre partecipato come osservatore.

Il ministero e l’ambasciata ad Astana confermano che continueranno a occuparsi del caso e a fornire assistenza alla connazionale. Amina Milo Kalelkyzy vive con la famiglia a Lequile, un centro di novemila abitanti della provincia di Lecce dove è nata e ha sempre vissuto. Non parla, secondo la madre, neppure una parola di kazako o russo e quindi i suoi problemi sono aggravati dalla lingua. Alla fine di giugno, mentre appunto era in vacanza in Kazakistan, è stata arrestata assieme a un coetaneo del posto che sembra avesse con sé della droga. Dopo una notte in cella, Amina era stata rilasciata perché su di lei non c’erano prove di colpevolezza. Ma il 4 luglio due poliziotti l’hanno di nuovo fermata e portata in una casa dove sarebbe stata maltratta, tanto che la madre dice che ha lividi e ferite sul corpo.

Questa seconda detenzione è durata 16 giorni durante i quali i carcerieri avrebbero tentato un ricatto: "Se ci dai 60mila euro – hanno comunicato alla mamma – la liberiamo, ma non devi avvertire le autorità". Ma la donna si è fatta coraggio e ha denunciato il fatto al nostro consolato che si è mosso per la liberazione della ragazza.

Amina è stata così "scarcerata", ma appena due giorni dopo, con la scusa di passare dalla sede della Polizia per firmare alcuni fogli, è stata di nuovo fermata e portata questa volta nel carcere della capitale. L’avvocato che le è stato assegnato e il nostro personale diplomatico hanno chiesto più volte il rilascio, ma i giudici ritengono Amina a rischio fuga.

E così la giovane deve rimanere segregata nel carcere di Astana, dove la sua condizione è diventata un infermo. "Siamo tutti molto depressi – dice la signora Sepanova – e Amina è disperata; dice di non avere nulla a che fare con la droga e io le credo. Per due volte le hanno negato ì domiciliari è lei ha tentato di uccidersi. Lo stress le ha fatto perdere già nove chili, le sue condizioni fisiche stanno deteriorandosi. E sta ancora peggio perché nessuno le crede. Ha a che fare con dei lupi e io resto qui fino a che la vicenda non si risolve, rivoglio indietro la mia bimba".

Anche il padre adottivo, Sergio Milo, sposato con Assemgul Sepanova, si rivolge "al governo italiano perché possa intervenire in questa vicenda in cui sono stati lesi tutti i diritti internazionali: mia figlia è stata tenuta sotto sequestro per giorni senza nessuna prova, senza nessun indizio, senza darle un avvocato né un interprete. E non hanno comunicato nulla né all’ambasciata italiana né a mia moglie". La situazione è complessa anche perché in caso di processo Amina rischia fra i 10 e i 15 anni di carcere.