Mercoledì 17 Luglio 2024
PIERO S. GRAGLIA*
Cronaca

Destre europee: la leader di FdI si gioca il futuro

La sfida è non farsi escludere dalle nomine di peso. In politica la ricerca del compromesso è la norma

In una recente intervista tv Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio il voto positivo che il Movimento sociale dette nel 1957 alla ratifica dei trattati di Roma e alla nascita della Comunità economica europea. Il suo messaggio era chiaro: mostrare che la destra identitaria – orgogliosamente custode dell’eredità fascista – non è mai stata antieuropea. Lettura un po’ forzata, poiché basterebbe ricordare che invece nel 1993 il voto del Msi sulla ratifica di Maastricht fu negativo.

Giorgia Meloni con Ursula Von der Leyen
Giorgia Meloni con Ursula Von der Leyen

Tuttavia, l’uscita è indicativa di una rivendicazione di continuità. Al di là della propaganda spicciola, il rapporto della destra italiana col processo di integrazione europea non è mai stato un percorso semplice. Fino a che è stata all’opposizione si è potuta concedere il lusso di accompagnare i crescenti sentimenti antieuropei di una buona parte del suo elettorato, soprattutto dopo il 2008. Alcuni forse ricordano ancora le sparate anti-euro della presidente del Consiglio, le sue posizioni apertamente critiche verso "un’Europa che non ci piace e va cambiata". Posizioni peraltro non distanti dalla jacquerie populista dei 5 Stelle, espresse nello stesso periodo. Però posizioni che, una volta al potere, si sono dovute riposizionare.

La destra, con buona pace del nume tutelare Almirante (quello che votò a favore della Cee nel 1957), non ama storicamente i processi di integrazione sovranazionale, quelli che portano lontano dall’unicità dell’interesse nazionale. Questa diffidenza è presente in Italia come in Francia, in Germania come in Ungheria, e perfino nel Regno Unito: l’Ukip di Farage, mentre promuoveva la Brexit, sposava gergo e modi della destra più radicale in Europa.

Oggi siamo alla resa dei conti, sia per i progressisti liberali e democratici, sia per la destra al governo in molti Stati d’Europa, che aspira a uscire dal ghetto della marginalizzazione e si rende conto che la dimensione sovranazionale è il quadro di ogni agire possibile. Del resto, è un effetto noto: quando sei al governo e condividi responsabilità decisionali a livello dell’Unione la tua agenda politica inevitabilmente abbandona toni barricadieri per convergere verso soluzioni e posizioni magari solo apparentemente più moderate, ma comunque lontane dal radicalismo verbale.

La sfida per le varie famiglie politiche che si confrontano all’interno del Parlamento europeo oggi è questa: evitare che le forze di destra, che si riconoscono al momento in ben tre gruppi politici diversi e che in genere conoscono poco i meccanismi istituzionali dell’Ue, vengano mantenute nella loro comoda condizione di alterità. In altre parole evitare che si attivi una conventio ad escludendum, simile a quella che escluse i partiti comunisti occidentali dai governi nazionali per tutti gli anni della guerra fredda. Si tratta di una sfida importante: non si tratta di appiattirsi sulle idee della destra identitaria, bensì togliere forza alle posizioni eversive, spesso nutrite solo dalla condizione di marginalizzazione politica; liberalizzarle, se possibile, e isolare gli estremismi che comunque continueranno a fioccare qua e là.

Dalla dimensione politica nazionale, in cui la contrapposizione è non solo vivace ma spesso feroce nei confronti dell’avversario politico, bisogna passare a un metodo politico nuovo, quello europeo, in cui tradizionalmente la ricerca del compromesso è la norma, e il clima di negoziato permanente permette di tenere conto di tutte le posizioni sul campo senza preclusioni e senza esclusioni, se non nei confronti di chi quel sistema lo respinge in toto. Una bella sfida, epocale, ma anche il banco di prova che la politica europea possa andare oltre i luoghi comuni delle appartenenze e delle esclusioni.

*Professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali, Università Statale di Milano