Pierfrancesco De Robertis La strategia delle alleanze con il Movimento 5 Stelle su cui il Partito democratico ha fondato la sua recente azione è una casa costruita sulla sabbia di un’intesa con un soggetto senza un capo, senza una politica, senza una base e un sistema di idee e di valori di riferimento. L’unica cosa che i grillini ancora hanno sono i voti, perché i sondaggi li danno attestati sul...

Pierfrancesco

De Robertis

La strategia delle alleanze con il Movimento 5 Stelle su cui il Partito democratico ha fondato la sua recente azione è una casa costruita sulla sabbia di un’intesa con un soggetto senza un capo, senza una politica, senza una base e un sistema di idee e di valori di riferimento. L’unica cosa che i grillini ancora hanno sono i voti, perché i sondaggi li danno attestati sul 1516 per cento, e non è poco per una forza politica sostanzialmente alla deriva. Sono quelli che fanno gola ai dem, e per i quali paiono disposti a ingoiare i rospi che negli ultimi giorni non sono mancati, da Roma a Torino.

Il disegno del segretario Enrico Letta è da una parte comprensibile, perché la sinistra ha vinto solo quando è stata capace di allargare il proprio campo, ma nello stesso tempo predicare intese con chi ha un’identità così indefinita è come allearsi con il caos. L’ultima giravolta grillina è stata due giorni fa, con il sì al Ponte di Messina del viceministro Cinquestelle Giancarlo Cancellieri. Il giorno prima era stata la volta del voltafaccia della Appendino su Torino, domenica scorsa Roma. I Cinquestelle sono sempre stati un universo in evoluzione, per carità, ma adesso appaiono come un suk in cui non comanda nessuno, e il cui unico scopo è quello di mantenere la poltrona più a lungo possibile. Con chi parlare, con Conte? Con Casaleggio? Con Grillo? Ecco, pensare di poter andare a braccetto con gente di questo tipo è semplicemente una follia.

Se quei voti grillini sono di sinistra, come il Pd pensa, allora converrebbe forse darsi da fare per recuperali alla propria causa. I voti, e non i dirigenti. Magari cercando di comprendere come mai, nel 2018, 11 milioni di italiani si affidarono a un movimento guidato da un comico, che agitava temi tipici delle battaglie della sinistra, dall’acqua pubblica, all’antistatalismo, all’attenzione per i ceti sociali più deboli. Per andare a cercare quei voti servirebbe però più la politica che il politicismo. E qui forse viene il problema.