Il DPCM datato 22 marzo
Il DPCM datato 22 marzo

Roma, 22 marzo 20220 - Il governo chiude "ogni attività non strettamente necessaria in tutta l’Italia" per contenere il contagio da Coronavirus in Italia. Conte ieri annunciava la scelta "dolorosa", perché coinvolge tutte le fabbriche italiane, a eccezione di quelle strategiche, della filiera agroalimentare e farmaceutica. Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, datato 22 marzo, fissa il nuovo giro di vite, in vigore da domani 23 marzo fino fino al 3 aprile, ed elenca anche quelle aziende che possono restare aperte. 

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Nel frattempo il ministero della Salute e il ministero dell'Interno oggi hanno firmato una nuova ordinanza per evitare la fuga di persone verso Sud dopo l'ulteriore stop al lavoro. Prevede il divieto di spostamento dal comune in cui ci si trova (con qualsiasi mezzo), salvo che per "comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza oppure per motivi di salute". Già respinti a Milano viaggiatori in partenza per Salerno e Napoli.

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Si tratta di "misure severe ma non abbiamo alternative - ha detto ieri il presidente del Consiglio - In questo momento dobbiamo resistere, perchè solo così tuteliamo noi stessi". La salute, prima di tutto: ecco perchè dopo aver retto all’assedio, assieme ai membri "economici" del governo preoccupati per la tenuta dei conti pubblici, alla fine ha ceduto.

Vero è che la chiusura totale, sul modello Fontana, non ci sarà. Ma la serrata di tutte le aziende che non fanno parte della filiera produttiva di beni essenziali, quella sì. La situazione del resto è moltro grave, con un’escalation di contagio e morti. E si rischiava anche il corto circuito istituzionale, visto che le regioni continuano a procedere in ordine sparso.  Dagli orari dei supermercati all’ordine pubblico come testimoniano le nuove ordinanze varate da Lombardia e Piemonte che superano in rigidità la stretta decisa venerdì sera dal ministero della salute. Che, peraltro, si è battuto con forza per quest’ultima stretta, assieme ai grillini. 

Ieri, a rompere gli argini, sono stati i sindacati. Netta, nettissma la richiesta di uno stop di tutte le attività industriali non strategiche. Hanno chiesto e ottenuto una riunione straordinaria a Palazzo Chigi con il premier per fare il punto della situazione, sia sul protocollo per la sicurezza dei luoghi di lavoro siglato con i rappresentanti delle imprese una settimana fa. Sia sui provvedimenti a sostegno dell’economia. Hanno proteso una presa di posizione sulle fabbriche: "Le chiediamo di valutare la possibile necessità di misure ancora più rigorose delle attività non essenziale in questa fase per il nostro Paese", scrivevano al premier nella missiva in cui sollecitano un incontro. Un intervento richiesto anche da alcuni amminsitratori locali, a partire dal sindaco di Bergamo, Gori. 
Collegati in videoconferenza, i leader di sindacati sono stati compatti: "Chiediamo al governo un atto di responsabilità", ha detto Landini (Cgil). "Certo – ha aggiunto Furlan (Cisl) – bisogna salvare le attività essenziali". D’accordo i rappresentanti delle piccole imprese, mentre Confindustria voleva un intervento graduale.

Conte alla fine cede: "Rallentiamo il motore del paese, ma non lo fermiamo", spiega. Ci tiene a precisare che i supermercati resteranno aperti, non verranno fermati i trasporti e resteranno tutti i servizi essenziali, dalle banche alle poste. "Ce la faremo", assicura. E avverte: "Rinunciamo ad abitudini care per amore dell’Italia. Però non rinunciamo alla speranza. Insieme ce la faremo".

Autocertificazione per uscire 

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