di Lorenzo Bianchi Sohail Pardis, 32 anni, il 12 maggio scorso era partito da Kabul per raggiungere Khost, nell’est dell’Afghanistan, perché voleva passare la fine del Ramadan con la sorella. A un posto di blocco dei talebani sulla sua auto si è abbattuta una pioggia di proiettili. Gli “studenti del Corano” lo hanno estratto a forza dall’abitacolo della vettura e lo hanno decapitato. La sua “colpa” indelebile erano sedici mesi di lavoro come interprete per le truppe statunitensi. "Gli stavano dicendo che era una spia degli americani, un infedele, e che avrebbero ucciso lui e la sua famiglia", ha raccontato al network televisivo Cnn Abdulhaq Ayaoubi, un suo amico e collega. Nessuno ha creduto, ovviamente, alle...

di Lorenzo Bianchi

Sohail Pardis, 32 anni, il 12 maggio scorso era partito da Kabul per raggiungere Khost, nell’est dell’Afghanistan, perché voleva passare la fine del Ramadan con la sorella. A un posto di blocco dei talebani sulla sua auto si è abbattuta una pioggia di proiettili. Gli “studenti del Corano” lo hanno estratto a forza dall’abitacolo della vettura e lo hanno decapitato. La sua “colpa” indelebile erano sedici mesi di lavoro come interprete per le truppe statunitensi. "Gli stavano dicendo che era una spia degli americani, un infedele, e che avrebbero ucciso lui e la sua famiglia", ha raccontato al network televisivo Cnn Abdulhaq Ayaoubi, un suo amico e collega.

Nessuno ha creduto, ovviamente, alle rassicurazioni dei combattenti islamici radicali che in giugno avevano promesso che non avrebbero torto un capello "a chi aveva lavorato con le truppe straniere". Molti ex traduttori sono fuggiti immediatamente in Pakistan e in Iran. Secondo la Croce Rossa Internazionale negli ultimi anni è stato trucidato almeno un migliaio di interpreti che hanno collaborato con i contingenti internazionali in Iraq e in Afghanistan.

L’8 luglio la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha promesso che saranno evacuate con voli speciali le persone che hanno lavorato con le forze militari inviate da Washington. Il 22 luglio la Camera dei Rappresentanti statunitense ha approvato la concessione di 19 mila visti speciali per interpreti e collaboratori che ora rischiano le ritorsioni dei talebani. L’approvazione della misura è stata quasi unanime, 407 voti a favore e solo 16 contrari. Secondo Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato, dal 2008 sono stati rilasciati 73 mila “visti speciali di immigrazione ai principali richiedenti afgani, ai coniugi e ai figli”. La Gran Bretagna ha già autorizzato 450 visti.

"Per favore non abbandonateci, non lasciateci morire in Afghanistan. Portateci nel vostro Paese. Noi e le nostre famiglie. I talebani altrimenti ci uccideranno. Saremo braccati per sempre con l’accusa di aver cooperato con l’Italia". Queste sono le parole di un appello degli afgani che hanno avuto rapporti con il contingente italiano a Herat e a Kabul dal dicembre del 2001. I primi 82 sono arrivati a Fiumicino il 14 giugno. Il ministero della Difesa ha lanciato una missione specifica di soccorso, l’operazione “Aquila”, pianificata e diretta dal Comando Operativo Interforze. Duecentosettanta persone (fra collaboratori delle forze armate italiane e familiari) sono già state individuate e inserite nel dispositivo di salvataggio. Su altre 400 sono in corso controlli e verifiche. A cavallo fra il 2014 e il 2015 l’Italia ha già accolto 130 afgani, con uno stanziamento di 750 milioni di euro per il loro assorbimento, quando mutò radicalmente la missione “Isaf” dell’Alleanza Atlantica. Da operazione di contrasto militare di al Qaida e dei talebani (il contributo italiano arrivò a un tetto di 5000 soldati fra Herat e Kabul) “Isaf” fu trasformata in un contingente che aveva il compito di addestrare l’Esercito Nazionale Afgano di Difesa e Sicurezza e la polizia locale.

Chi può fugge dal Paese insanguinato. Mentre i talebani annunciano di aver conquistato il valico fra la città afgana di Wesh e la pachistana Chaman (circa 900 camion lo attraversano tutti i giorni), in Turchia si è riversata una nuova ondata di profughi. Abdulmalik Timuri, un afgano accampato alla stazione degli autobus di Diyarbakir, ha raccontato all’edizione in lingua turca di Voice of America di essere fuggito da Herat: "C’è la guerra. I talebani uccidono civili innocenti soprattutto di notte e hanno liberato 5000 carcerati per ingrossare le loro file".