Mille vite valgono più di una, è il titolo beffardo e autoironico dell’autobiografia di Jean-Paul Belmondo. Un attore vive le vite dei suoi personaggi sul palcoscenico o davanti la camera da presa, ma Belmondo ebbe una vita movimentata e sfaccettata anche nella realtà. Qualcosa univa l’attore e l’uomo: non si prendeva mai sul serio fino in fondo nei film, a parte gli inizi, quando recitò per registi come Chabrol e Godard, e affrontava la vita quotidiana con lo stesso spirito scanzonato, almeno in apparenza. Ha vissuto in anni drammatici per la sua Francia, senza lasciarsi coinvolgere,...

Mille vite valgono più di una, è il titolo beffardo e autoironico dell’autobiografia di Jean-Paul Belmondo. Un attore vive le vite dei suoi personaggi sul palcoscenico o davanti la camera da presa, ma Belmondo ebbe una vita movimentata e sfaccettata anche nella realtà. Qualcosa univa l’attore e l’uomo: non si prendeva mai sul serio fino in fondo nei film, a parte gli inizi, quando recitò per registi come Chabrol e Godard, e affrontava la vita quotidiana con lo stesso spirito scanzonato, almeno in apparenza.

Ha vissuto in anni drammatici per la sua Francia, senza lasciarsi coinvolgere, consapevole, ma distaccato forse grazie allo spirito ereditato dal padre, lo scultore Paul Belmondo nato in Algeria, ma di origine siciliana. La madre, Madeleine, era una ballerina. Jean-Paul nasce nel 1933, in un quartiere elegante di Parigi, ma il padre è sempre legato alla sua Algeria. Uno dei suoi amici è lo scrittore Albert Camus, nato a Algeri. A casa di Jean-Paul bambino si respira arte e politica, i genitori sono socialisti. Quando è adolescente i francesi ascoltano Douce France di Charles Trenet, canzone romantica e falsa, mai stata dolce la Francia di Jean-Paul, e Mon Légionnaire, canto d’amore di Edith Piaf, sempre romantica ma vera.

Nel 1954, I legionari combattono e perdono a Dien Bien Phu, in Indocina, i loro fortini hanno nomi di donne. Il ragazzo vuol fare l’attore, il padre lo presenta a un amico alla Comédie-Française che lo dissuade: il ragazzo non ha alcun talento. Ma non si arrende: comincia a recitare nei teatrini della Nouvelle Vague, i giovani d’Europa guardano alla Francia, vedono i suoi film, ballano e si innamorano con le canzoni di Juliette Greco. Jean-Paul è chiamato per il film simbolo di un’epoca, Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard. La foto di Belmondo con il basco e gli occhiali scuri al fianco di Jean Seberg si vede ancora incorniciata nei locali nostalgici di Parigi.

Comincia la guerra di Algeria, la Francia non vuol perdere la patria di papà Belmondo e di Camus. È la Francia del generale De Gaulle, che accetta la realtà. Salva il Paese, la nostalgia a volte è pericolosa.

Belmondo confessa di non aver mai creduto al successo: non ho la faccia e il fisico del seduttore, ammetteva con realismo. Eppure fa stragi di cuori sullo schermo, perché i belli e perfetti sono fuori moda.

I suoi personaggi sono dei machi, ma fanno tenerezza, perché lui come sempre non si prende sul serio. E per otto anni uno dei suoi ultimi amori è stata Ursula Andress, quella in bikini bianco della prima avventura di James Bond.

Jean-Paul attraversa gli anni Sessanta girando decine di film di cassetta, pochi, forse nessuno resteranno nella storia del cinema, ma a lui poco importa. Chi li ha visti non ricorda i titoli né le storie, solo il suo volto. Il che sarebbe un difetto per un grande attore.

Jean-Paul ha interpretato sempre se stesso, senza volerlo è diventato l’interprete del suo tempo. Mille vite sullo schermo non valgono la sola vita vera di Jean- Paul.