Marina

Terragni

In un convegno organizzato dalla Rete per la Parità, la ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti ha detto che sarebbe ora di pensare alla possibilità di attribuire il cognome materno a chi nasce, "consegnando alla storia il nome delle donne". Bonetti si riferisce a una sentenza della Corte Costituzionale secondo la quale l’obbligatorietà del cognome del padre va considerato un retaggio patriarcale. Oggi è già possibile apporre al figlio(a) anche il cognome materno – sia per le coppie sposate sia per quelle di fatto – ma necessariamente dopo quello del padre e con il suo consenso.

Per essere retaggio patriarcale, in effetti lo è. Nelle società matrilineari, di cui sopravvivono nel mondo rarissime enclavi, ogni nuovo nato entra a fare parte del clan della madre, il ruolo paterno è svolto da un fratello o da uno zio e il padre biologico non ha alcun ruolo nella vita del bambino. Nel nostro modello prevale invece il diritto del padre. Se oggi la cancellazione della madre appare un’ingiustizia, e lo è, quella del padre andrebbe a scuotere le radici dell’intero albero patriarcale che già non gode di ottima salute. Il patriarcato è allo stesso tempo sotto assedio e al potere, e la sua agonia non è uno scherzo. "La donna non ha di che ridere quando crolla l’ordine simbolico" ha avvisato la psicoanalista Julia Kristeva. I contraccolpi possono essere violenti. Occhio alla furia dell’animale morente.