Il professore Daniele Manni
Il professore Daniele Manni

Lecce, 1 settembre 2018 - IL 20 E 21 settembre 2018, ad Aveiro, in Portogallo, avrà luogo la 13esima European Conference on Innovation and Entrepreneurship (Conferenza Europea sull’Innovazione e l’Imprenditorialità). Durante i lavori, saranno presentati i 12 docenti finalisti mondiali agli «Innovation and Entrepreneurship Teaching Excellence Awards», il premio dedicato all’eccellenza didattica in tema di innovazione e imprenditorialità. Tra questi docenti – tutti di livello universitario - c’è anche un italiano, Daniele Manni, 59 anni, insegnante di informatica all’Istituto Galilei-Costa di Lecce. Nel 2015 fu candidato al ‘Nobel’ per l’insegnamento, il ‘Global Teacher Prize’.

Si aspettava di finire in mezzo a questi super prof?
«No. Pensi che ho chiamato gli organizzatori: ci dev’essere uno sbaglio, io sono solo un professore di scuola superiore, gli altri sono tutti cervelloni universitari. Esserci è già una vittoria».

Che messaggio porta questa sua nomination?
«Che la scuola deve cambiare, innovare».

Molti la descrivono irrimediabilmente arretrata, è un luogo comune?
«I contenuti della scuola italiana sono formidabili ma le modalità d’interazione con gli studenti sono ferme a 20-30 anni fa. I ragazzi sono oggi bombardati da stimoli a 360 gradi e rischiano di annoiarsi se la lezione è normale. Dobbiamo invitarli a creare, lo fanno costantemente con selfie e video: se li stimoliamo a realizzare una storia con contenuti culturali lo fanno volentieri, partecipano, non sono né assenti né ostili».

Insegna così informatica?
«Sì, anche se io destino la metà del mio tempo a insegnare innovazione, cambiamento, a sperimentare cose nuove».

Lei è nato in Canada, usa il maglione come divisa, è un innovatore: è per questo che la chiamano il Marchionne della scuola?
«Sono nato in una cittadina che un tempo si chiamava Galt, oggi Cambridge…».

Segno del destino..
«Ahahah… i miei genitori emigrarono lì negli anni ‘50 e, per molti anni, ho vissuto a 60 chilometri da Marchionne. Non l’ho mai conosciuto. Se non fosse morto, lo avrei invitato a Lecce».

Prima di arrivare nella scuola, lei ha lavorato nell’impresa.
«Ho creato la mia prima impresa nel 1985, ma l’anno successivo, per fare un favore a un amico, ho fatto una supplenza a scuola. E me ne sono strainnamorato. Nel 1999, ho deciso di chiudere tutte le attività esterne e di portare la mia conoscenza nelle classi».

Che clima si respira oggi?
«Quello di una scuola per certi versi ferma, per altri in fermento. Spero che la mia nomination possa essere di stimolo e incoraggiamento ai giovani docenti che vogliono fare qualche cosa di innovativo. Di sicuro c’è uno scontento di base enorme, che non è solo italiano, perché c’è una perdita del valore sociale della missione che gli insegnanti hanno».

Il ministro Bussetti dice che ridurrà le ore di alternanza scuola-lavoro, dimezzandola nei licei. È d’accordo?
«In parte gli do ragione perché la scuola ha già un monte ore molto elevato e i licei, che devono fare 200 ore di alternanza, rischiano di soffocare. Gli istituti tecnici, invece, quante più ore di alternanza scuola-lavoro fanno meglio è».

Cosa dice ai suoi alunni che stanno nei banchi incollati allo smartphone?
«Che è uno strumento di lavoro, utile, ma non bisogna abusarne solo per riempire un vuoto. Meglio ogni tanto alzare gli occhi al cielo e parlare con il compagno di banco. Ma sono molto scoraggiato».