di Carlo D’Elia "Non siamo eroi, abbiamo fatto e stiamo continuando a fare solo il nostro dovere. Ma ora bisogna investire per garantire un sistema sanitario forte e sano". Annalisa Malara, 38 anni, anestesista dell’ospedale di , è stata la prima ad aver avuto l’intuizione di forzare i protocolli, quel 20 febbraio, sottoponendo al tampone il paziente Mattia Maestri. Una diagnosi storica che ha permesso di scoprire che il Covid-19 circolava già in Italia e in Europa. La dottoressa Malara, che ha da poco ricevuto il vaccino antinfluenzale, dovrà aspettare ancora qualche...

di Carlo D’Elia

"Non siamo eroi, abbiamo fatto e stiamo continuando a fare solo il nostro dovere. Ma ora bisogna investire per garantire un sistema sanitario forte e sano". Annalisa Malara, 38 anni, anestesista dell’ospedale di , è stata la prima ad aver avuto l’intuizione di forzare i protocolli, quel 20 febbraio, sottoponendo al tampone il paziente Mattia Maestri. Una diagnosi storica che ha permesso di scoprire che il Covid-19 circolava già in Italia e in Europa. La dottoressa Malara, che ha da poco ricevuto il vaccino antinfluenzale, dovrà aspettare ancora qualche settimana per potersi sottoporre a quello anti-Covid. Intanto, ieri, ha assistito al Vaccine Day di 50 suoi colleghi direttamente dai corridoi del presidio ospedaliero di Codogno, nel Basso Lodigiano dove dieci mesi fa è iniziato tutto.

Dottoressa Malara, quanto è importante questa giornata?

"Con la giornata di oggi si chiude finalmente un cerchio. Sono molto felice che la campagna dei vaccini sia iniziata da Lucia Premoli, una delle infermiere della Rianimazione di Codogno. Siamo stati i primi sanitari a essere coinvolti da questo terribile virus, per me come per tutta la mia equipe fu uno choc".

Come valuta la scelta di partire dal personale sanitario e di farlo attraverso un evento mediatico?

"Credo sia importante dare un esempio e un messaggio forte. Il vaccino è un’arma formidabile per battere il virus, la concretizzazione di uno sforzo internazionale immane. È un farmaco approvato e sicuro. Ritengo giusto partire dal personale sanitario per il ruolo cruciale che hanno nell’assistenza alle persone. Siamo sempre noi i più esposti nella gestione dell’emergenza. Anch’io lo farò non appena possibile".

Sono passati 311 giorni dalla diagnosi che ha cambiato per sempre la nostra vita: cosa ricorda del 20 febbraio?

"Ricordo tutto benissimo. Le cure che non funzionavano su Mattia e la decisione di sottoporlo comunque al tampone nonostante il paziente non fosse considerato a rischio in base ai protocolli vigente allora. E poi anche lo scorso 20 febbraio c’era il sole, era una giornata tersa, ma oggi (ieri per chi legge, ndr) la luce è di speranza".

Crede che l’emergenza possa averci insegnato qualcosa?

"Abbiamo attraversato un periodo drammatico che ha portato tanti lutti e sofferenze. La vita di tutti noi è cambiata. E credo che tutti abbiamo avuto la possibilità di imparare qualcosa, come la voglia di andare avanti, di tenere duro e di farcela comunque. Dobbiamo essere consapevoli che tutti insieme abbiamo fatto la differenza usando la mascherina e restando distanti".

Siamo all’ultimo capitolo della pandemia: teme che gli sforzi del personale sanitario verranno dimenticati una volta che sarà tornata la normalità?

"Il rischio di essere dimenticati c’è, ma non credo che accadrà. La sanità è un tassello vitale per un Paese. Un sistema sanitario sano e forte è fondamentale. Spero che l’abbiano capito tutti".