Della polizia del Dopoguerra una cosa è rimasta inossidabile, lo stemma della pantera nera sulle vetture di servizio della Squadra volante, quella che pattuglia giorno e notte le città, i quartieri, i centri storici e arriva sgommando con la sirena inserita quando il cittadino chiama il 113. L’immagine sulle Pantere, le auto della Volante appunto, nessuno l’ha toccata, tutti le sono affezionati. Fa parte della storia ed è un’icona fortemente identitaria.

Molto invece è cambiato quando, quarant’anni fa esatti, la Polizia venne smilitarizzata e inquadrata come forza civile. Via i gradi che ricalcavano quelli dell’esercito, nuovi ruoli di comando fra vertici e figure intermedie e porte aperte all’ingresso massiccio delle donne in tutti i ruoli della struttura fino ai piani alti del comando.

"Smilitarizzazione, sindacalizzazione, parificazione del ruolo delle donne, introduzione degli ispettori – spiega il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Franco Gabrielli, già capo della Polizia –: tutte istanze di modernizzazione che, già emerse negli anni Settanta, trovarono una risposta sistemica".

Era il primo aprile 1981 quando la legge della svolta entrava in vigore. I marescialli diventarono ispettori. Erano l’ossatura del corpo, uomini tosti, figure intermedie fra i funzionari civili o i graduati militari e la truppa, soprattutto nei ruoli investigativi. Nell’iconografia poliziesca il maresciallo-tipo portava il soprabito color sabbia, aveva modi spicci e fiuto fino. Un segugio che risolveva il caso con l’intuito e l’esperienza, quando non c’erano gli esami del Dna, il luminol, i trojan per spiare le telefonate. Già a Natale 2020, il tradizionale calendario è stato dedicato proprio alla trasformazione delle Guardie di pubblica sicurezza nella Polizia di Stato e ha ridisegnato l’ assetto dell’amministrazione.

"Sono grato a coloro che, 40 anni fa, ebbero il coraggio e la felice intuizione – dice l’attuale capo della Polizia, Lamberto Giannini, professionista di lungo corso e fresco di nomina – di attuare la riforma. Anche io sono figlio di questa riforma. Oggi sento l’impegno di aggiungere nuovo tasselli al percorso tracciato, lavorando per un’amministrazione che possa meglio coniugare l’antica sapienza con le moderne competenze e saper rispondere alle necessità dei cittadini". Prima c’erano tre componenti: funzionari civili che avevano la responsabilità degli uffici polizia giudiziaria e ordine pubblico; ufficiali, sottufficiali e guardie; le assistenti femminili il cui ruolo era limitato a buon costume, donne e minori. Nel ribaltone, i gradi militari furono sostituiti da quelli civili (alamari col simbolo della Repubblica), gli appuntati e le guardie di Ps diventarono assistenti e agenti, i sottufficiali inquadrati come ispettori e vice ispettori sul modello anglosassone, gli ufficiali diventarono funzionari. Gerarchia solida ma senza stellette. Era il periodo cupo degli anni di piombo che insanguinò l’Italia negli anni Settanta.

"La svolta contribuì a una maggiore apertura verso la società civile e le altre istituzioni – spiega Elio Graziano, ex capo della polizia scientifica di Bologna, già responsabile del Casellario centrale di identità al Viminale e poi questore che fece parte del comitato preparatorio alla riforma – e l’aggravarsi del terrorismo impose moduli organizzativi adeguati ai tempi, per dare risposte più efficaci". Dice ancora Graziano: "Da quel momento la Polizia fu guardata con meno diffidenza dai cittadini". Vennero poi meglio individuati i ruoli tecnici, ma soprattutto si aprì alle donne con le stesse opportunità di carriera degli uomini, come spiega il prefetto Carlo Mosca (scomparso due giorni fa) nel suo libro dedicato alla svolta. Quote rosa? No, avanti chi merita. Oggi le donne dirigono squadre mobili e questure e lottano contro il crimine organizzato. E il primo aprile 1981 andava in archivio anche l’immagine stereotipo dei poliziotti descritti da Pierpaolo Pasolini, "vestiti di stoffa ruvida che sapeva di rancio e di popolo".