Roberto

Pazzi

La decisione del parlamento di Bogotà di concedere due giorni di lutto a chi pianga la morte di un animale riempie un vuoto della civiltà. "O animal grazioso e benigno che visitando vai per l’aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno", così Francesca si rivolge, nel canto V dell’Inferno a Dante. Perché il poeta è vivo, animato come ogni animale. Già ponendosi così la questione dell’eguaglianza agli uomini, che riservano solo a sé stessi il privilegio dell’anima immortale. Ma senza addentrarci in sottigliezze teologiche, che sarebbe la nostra esistenza priva dei nostri più fedeli amici, senza la compagnia, la fedeltà, l’amore degli animali? Dal cane Argo, che aspetta nell’Odissea di Omero, Ulisse, per vent’anni e quando lo riconosce nel mendico, gli fa le feste, scodinzola e muore felice, alla "capra dal viso semita" in cui Saba "sentiva querelarsi ogni altro male ogni altra vita".

La letteratura ce li mostra da sempre vicini a noi, nel cavallo Bucefalo di Alessandro, in Baiardo palafreno di Rinaldo, nei gatti di Baudelaire, per quel dono di saper vedere nel buio per cui "li avrebbe presi per corsieri funebri l’Erebo se potessero al servaggio piegare il loro orgoglio". E che dire del bestiario di Esopo e Fedro o delle fiabe di Perrault e dei fratelli Grimm, come quella così popolare del gatto con gli stivali? Fino ad arrivare alla più poetica, quella della Bella e la Bestia, dove l’amore spezza gli ingannevoli ceppi delle diverse sembianze.