Martedì 25 Giugno 2024

Da 40 anni incalza il Vaticano Mille appelli senza risposta La lotta disperata di Orlandi

Dalla Magliana allo Ior, il fratello di Emanuela ha avallato tante piste per risolvere il caso. Nessuna ha dato un riscontro. Ora chiede alla Santa Sede di interrogare alti prelati.

Da 40 anni incalza il Vaticano   Mille appelli senza risposta  La lotta disperata di Orlandi

Da 40 anni incalza il Vaticano Mille appelli senza risposta La lotta disperata di Orlandi

Vuole arrivare alla verità Pietro Orlandi, "qualunque essa sia", dopo 40 anni di navigazione nelle nebbie fitte, rischiarate a tratti, ma come dei miraggi nel deserto, da decine di false piste e veri e propri depistaggi. Per questo al promotore Alessandro Diddi ha portato una lista di 28 nomi, persone, alti prelati dell’era Wojtyla in primis, tutte da convocare a suo dire, capaci di rimettere insieme il puzzle della vicenda di sua sorella Emanuela, scomparsa nel giugno del 1983 a Roma.

E comincia a fare anche i nomi, Pietro, a partire da quello di Marcello Neroni, 82enne ex esponente di uno dei gruppi ’testaccini’ della Banda della Magliana, in rapporti con Renatino De Pedis, il boss ucciso in un agguato in via del Pellegrino, traversa di Campo dei Fiori e, anni dopo, sepolto in gran segreto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare con il nulla osta dell’allora cardinale vicario Poletti (e dopo una generosa donazione della compagna, ammontante a mezzo miliardo delle vecchie lire). È ancora in questo mondo criminale, in questo sottobosco della Capitale che nei primi anni ’80 spesso si intrecciava con poteri forti e alti papaveri, mischiato a un mondo di mezzo fatto di cappellani delle carceri come di colletti bianchi e portaborse, che Pietro è convinto che si debba cercare la pista giusta per la verità su Emanuela.

Una ’manovalanza’ secondo Orlandi che si offriva a fare il lavoro sporco per chi doveva mantenere i guanti bianchi, in un intreccio di ricatti e fiumi di denaro che transitavano da una riva del Tevere all’altra, non di rado in direzione dello Ior. "Quando era una cosa che ormai era diventata una schifezza – dice Neroni nell’audio raccolto dal giornalista Ambrosini, ora agli atti dell’inchiesta, con insinuazioni pesantissime nei confronti addirittura del Papa santo Giovanni Paolo II –, il segretario di Stato decise di intervenire. Ma non dicendo a Wojtyla ‘mo le levo di mezzo’, si è rivolto ai cappellani, esperti del carcere e loro a De Pedis perché desse una mano".

Qui il riferimento sembra essere a don Piero Vergari, effettivamente cappellano di Regina Coeli dove aveva conosciuto De Pedis e per la cui salma si era fatto anche intermediario tra la famiglia e il Vicariato per ottenere il benestare a una sepoltura al riparo da possibili profanazioni e vandalismi. Si tratta comunque di una testimonianza non supportata da alcuna prova. Per suffragarla la ‘procura’ vaticana dovrebbe necessariamente essere coadiuvata dalla procura di Roma a meno che Neroni, scenario del tutto improbabile, non si presenti spontaneamente per dire ciò che sa. Non è finita qui. Orlandi considera cruciali alcuni screenshot di messaggi scambiati da due cellulari in dotazione a due funzionari vaticani della prima epoca di Francesco. Nei messaggi che risalgono al 2013, si parla di Emanuela, di pratiche da disbrigare relative a lei addirittura con preoccupazioni del tipo, ‘dove troviamo i mezzi economici per espletarle?’.

Apparentemente, sembrano scambi in cui Emanuela viene considerata deceduta e avvalorerebbero la pista di un Emanuela portata in Sardegna e poi a Londra (ma mancano ad ora i riscontri). Negli ambienti bene informati sono state ricondotte a Francesca Chaouqui e all’ex vescovo Vallejo Balda, i due membri della Commissione Cosea poi finiti a processo per divulgazioni di documenti riservati. Emanuela, è convinto Pietro, "è stata usata per ricattare qualcuno ai vertici del Vaticano".

Nina Fabrizio