Marco

Buticchi

La mente e il corpo sono capaci di reazioni impensabili. Pensate a come stiamo reagendo a un terremoto di eventi inaspettati, imponderabili e senza immediata soluzione. Forse il termine adatto sarebbe ci stiamo adattando. "Finché c’è vita c’è speranza", dicevano i nostri vecchi, mutuando l’esperienza di una generazione che ne aveva viste di tutti i colori e sapeva che l’istinto si stende sopra alle cose come un manto e si adatta a ogni asperità del terreno.

Da buoni cinefili amiamo rimpiangere gli schermi panoramici, l’audio in Sensurround, il secchiello dei pop-corn, il volto del beniamino tanto vicino da poterlo toccare. La mia generazione ricorda anche il cigolio della seduta ribaltabile e il fumo denso delle sigarette violato dai fasci della macchina da proiezione. Andare al cinema è un rito, un piacevole intrattenimento, un sogno a occhi aperti da poter vivere ogni volta che lo desideriamo. La ritualità è sopravvissuta a crisi implacabili e a concorrenza d’ogni tipo: l’amante del grande schermo è rimasto fedele alla consuetudine. Almeno sino a che la pandemia ha chiuso i battenti delle sale. A quel punto, pur di non perdere la voglia di sognare, ci siamo adattati a visionare i capolavori con un tablet tra le mani: un tributo d’affetto per la settima arte, in attesa che si torni presto a fare il tifo per l’eroe dello schermo in una sala gremita. "Tanto", dicevano sempre i nostri vecchi, "quando c’è l’amore, ci si adatta a tutto…"