Secondo la Corte di Cassazione, l’affissione del crocifisso in un’aula scolastica non è un atto di discriminazione
Secondo la Corte di Cassazione, l’affissione del crocifisso in un’aula scolastica non è un atto di discriminazione

Davide

Rondoni

La Cassazione ha deciso che il crocifisso non reca danno a nessuno e si può esporre. Nessun docente può ritenere lesa la sua libertà di insegnamento se sopra la testa gli pende la vittima Gesù. Questo il succo di una decisione che però dev’essere abbastanza ambigua da risultare una vittoria sia per chi lo ha voluto togliere (un prof) e chi lo ha voluto rimettere (un dirigente). La sentenza si rivolge alla "comunità scolastica" perché trovi in questo caso (sic!) le soluzioni più adatte, tenendo il crocifisso o no oppure affiancandolo con altri simboli.

Insomma, decide di non decidere, in modo pilatesco, in merito al valore storico e culturale di un simbolo così importante, sostanzialmente dicendo: fate una bella assemblea e votate. Ci aspettiamo che tale metodo ora sia adottato anche per altri simboli, che so la bandiera, il ritratto del Presidente di turno, o le effigi su monete, su cui in più d’uno avrebbe da ridire. Ci sono molti modi, grossolani e felpati, con cui si cancellano i riferimenti religiosi e culturali di una storia, per lasciare il campo libero ai nuovi simboli (i marchi del potere economico). Ma è una generazione sfortunata quella di giovani che hanno padri (prof e giudici) che si vergognano della propria storia, che non sanno proporla criticamente, con libertà. E preferiscono occultarla o renderla oggetto da dibattito. Non esiste civiltà senza simboli. La neutralità e l’anonimato sono la maschera del potere più subdolo. E ferreo.