Mario Balzanelli
Mario Balzanelli

Taranto, 2 gennaio 2021 - Mario Balzanelli, 56 anni, medico e presidente del Sis 118. Convalescente: si è ammalato di Covid. Come sta?

"Molto meglio. Ma questa malattia lascia strascichi importanti. Si parla poco di sindrome post Covid. Che vede comparire una condizione di profondissima astenia, di stanchezza. In pochi giorni si perdono decenni di vita. Ci si trova seduti su una sedia, tutto diventa penoso. Bisogna prevedere terapie di supporto. Seguire bene questi pazienti per il rischio di fibrosi polmonari. Il virus nel 30% dei casi lascia cicatrici sui polmoni che condannano a un'insufficienza respiratoria grave o comunque importante. Quindi dobbiamo lavorare per trovare supporti che ostacolino questi danni. Il campo è ancora poco sondato. Perché se un 14enne, un 36enne o un 50enne si trova polmoni pieni di cicatrici e sviluppa un'insufficienza respiratoria da 90enne, diventa un invalido".

Dottor Balzanelli, come  ha capito di essersi ammalato?

"Era una domenica, il 15 novembre. Avevo dei colpetti di tosse ma sono asmatico, non ci avevo dato peso. Finché mia moglie mi ha detto, non sento più odori, niente. Allora ho capito. Il tampone ha confermato i sospetti. Dopo poche ore, tutto è precipitato. Sono stato ricoverato in terapia intensiva. Sono uscito dopo 14 giorni. La diagnosi: polmonite bilaterale da Coronavirus con insufficienza respiratoria acuta".

Ricoverato nel 'suo' ospedale Moscati di Taranto. Che negli ultimi tempi  è stato al centro della cronaca per le denunce di diversi familiari, anche per i metodi brutali di comunicare la morte di un proprio caro.

"Ci sono stati sicuramente toni esasperati dovuti allo stress. Abbiamo organici allo stremo delle forze. Ma voglio ricordare tutti i medici che si sono ammalati, nel conto ci sono anch'io. Vorrei chiarire agli italiani che abbiamo messo in gioco la nostra vita e le nostre famiglie per loro. Ho moglie e tre figli piccoli a casa. E' nostro dovere farlo. Ma proprio per questo, considerata la portata gigantesca della tragedia che ci è piovuta addosso, come sistema 118 abbiamo chiesto rinforzi per nove mesi. Non sono mai arrivati.  Questo è sconcertante".

Però i pazienti e le famiglie non ne hanno colpa. Da medico in pigiama forse l'avrà toccato con mano.

"Sicuramente. La relazione deve sempre privilegiare l'umanità. Un malato non è un insieme di esami di laboratorio, di numeri. E' fondamentale garantire sempre il prendersi cura della persona, confortandola, da alleati, sul piano psicologico. Perché chi non respira è terrorizzato da una sola cosa: che tutto può precipitare da un momento all'altro, uno viene intubato e si spegne la luce".

Da medico-paziente che errori ha visto commettere?

"Sicuramente avremmo dovuto affrontare la seconda fase ancora più numerosi e attrezzati. Perché è stata una valanga umana. Dal 21 settembre al 21 novembre abbiamo governato 848 pazienti, a Taranto. Ho sempre chiesto un potenziamento del sistema 118 che però non è mai arrivato. Vale per tutta Italia".

Ha avuto paura di morire?

"Sì, quando ho visto che la situazione evolveva, ho avuto anche un blocco renale, la febbre è arrivata a 40... Alcuni marcatori dicevano che il mio cuore poteva soffrire, ho pensato: sono un un piano inclinato. Qui il medico ha parlato con se stesso. Mi sono detto, con il Covid come tu sai la situazione può precipitare. Pregavo San Giuseppe Moscati, sono molto devoto. Il peggioramento si verifica tra la nona e la dodicesima giornata.  Rimanere stabile era un grandissimo segnale. E visto che si parla male dell'ospedale di Taranto, vorrei invece ringraziare il primario di pneumologia Giancarlo D'Alagni. Il suo reparto è davvero ben organizzato".

Le è capitato di fare coraggio agli altri malati?

"Sì, il mio dirimpettaio era triste, piangeva. Lo rassicuravo, tutti i parametri erano incoraggianti. Alla fine gli ho promesso che avremmo mangiato insieme pasta e cozze. Guarirai, andrà tutto bene, gli dicevo".