Controlli in laboratorio
Controlli in laboratorio
Chi fa da sé, rischia per tre. Disinfettare una mascherina chirurgica monouso nei vapori dell’alcol, come consigliato da molti video su YouTube e – purtroppo – anche qualche sito più autorevole, rischia in realtà di danneggiare il vostro dispositivo di protezione e renderlo meno efficace. Tanto da non poter essere più considerato sicuro. "Secondo i nostri studi – spiega Cristiana Boi, responsabile del laboratorio dell’università di Bologna per testare le mascherine chirurgiche e professoressa di ingegneria chimica – la capacità di filtrare, se lasciamo una mascherina esposta ai vapori dell’alcol puro...

Chi fa da sé, rischia per tre. Disinfettare una mascherina chirurgica monouso nei vapori dell’alcol, come consigliato da molti video su YouTube e – purtroppo – anche qualche sito più autorevole, rischia in realtà di danneggiare il vostro dispositivo di protezione e renderlo meno efficace. Tanto da non poter essere più considerato sicuro. "Secondo i nostri studi – spiega Cristiana Boi, responsabile del laboratorio dell’università di Bologna per testare le mascherine chirurgiche e professoressa di ingegneria chimica – la capacità di filtrare, se lasciamo una mascherina esposta ai vapori dell’alcol puro si riduce del 15%. Secondo la normativa, le mascherine chirurgiche devono avere una capacità di filtrare del 95%. Sanificare così un dispositivo di protezione lo rende quindi pericoloso". Il perché è presto detto: le mascherine chirurgiche non filtrano le particelle solo meccanicamente. Hanno anche una carica elettrica, che consente loro di catturare più molecole. I vapori dell’alcol mettono in crisi questo meccanismo, rendendo di fatto il dispositivo facciale una groviera appoggiata sopra il nostro naso.

Il bollettino Covid del 6 aprile 2021

Ma questa non è l’unica brutta notizia. Molti di noi, per non dover gettare la mascherina dopo quattro ore di utilizzo – visto che passati 240 minuti, sempre secondo i calcoli dell’università di Bologna, la capacità di filtrazione scende al 93% a causa dell’umidità prodotta dal nostro respiro – hanno optato per una lavabile. Scelta che da un punto di vista ecologico – il ‘Mi piace ’ di Greta è assicurato – non fa una piega. Peccato solo che la stragrande maggioranza di questi dispositivi non offra la protezione necessaria. "Nei nostri laboratori – prosegue Boi – abbiamo testato una cinquantina di mascherine lavabili. Nessuna ha superato i test. Molte non filtravano a sufficienza, con una capacità che si aggirava attorno al 30%, altre invece non garantivano la respirabilità necessaria".

In parole povere, la mascherina chirurgica monouso non si batte. "A meno che non si utilizzi una lavabile con filtro intercambiabile, come la Eta-20, che è stata approvata da noi. Non conosco altri dispositivi del genere. Produrre queste mascherine, testate prima e dopo il lavaggio, è costato mesi di duro lavoro per trovare i materiali idonei. Ne abbiamo provati tanti non accettabili".

Perché non ci si può improvvisare produttori. "Da quando è scoppiata la pandemia – conclude Boi, il cui laboratorio è stato spesso consultato dalle forze dell’ordine e da diverse grandi aziende che hanno deciso di riconvertire la produzione – avremo testato 800 tipi di mascherine. Per arrivare alla certificazione vengono esaminati almeno 15 esemplari per ogni modello: le prove sono tre (filtrazione, respirabilità e pulizia microbica, ndr) e vanno eseguite su cinque dispositivi differenti. Nei primi mesi dopo lo scoppio della pandemia, solo il 3% delle mascherine superava le prove. Ora, per fortuna, le cose vanno un po’ meglio, perché c’è una maggior disponibilità di materia prima anche di produzione italiana".