Le figlie di Gioconda, 73 anni, alla finestra del San Donato di Arezzo
Le figlie di Gioconda, 73 anni, alla finestra del San Donato di Arezzo
Sembra una storia da Libro Cuore al tempo del Covid. La mamma che si stava lasciando morire salvata dalle figlie che la incoraggiano dalle finestre al piano terra dell’ospedale. Nemmeno ci fosse un De Amicis che aggiorna Dagli Appennini alle Ande, dove, come molti ricorderanno, era l’arrivo del figlio a convincere la madre ad affrontare l’operazione salva-vita. Ma non è solo letteratura, non è solo scrittura, più o meno buonista. È successo davvero, all’ospedale San Donato di Arezzo, l’unica struttura Covid della provincia, punto di riferimento...

Sembra una storia da Libro Cuore al tempo del Covid. La mamma che si stava lasciando morire salvata dalle figlie che la incoraggiano dalle finestre al piano terra dell’ospedale. Nemmeno ci fosse un De Amicis che aggiorna Dagli Appennini alle Ande, dove, come molti ricorderanno, era l’arrivo del figlio a convincere la madre ad affrontare l’operazione salva-vita.

Ma non è solo letteratura, non è solo scrittura, più o meno buonista. È successo davvero, all’ospedale San Donato di Arezzo, l’unica struttura Covid della provincia, punto di riferimento che ha visto ricoverati nei momenti peggiori di novembre fino a 120 contagiati più una ventina in rianimazione. Gioconda è appunto una di loro: 73 anni, originaria del Valdarno aretino, casalinga, una vita di lavoro alle spalle, come racconta adesso la figlia Manuela, che non ha paura a metterci la faccia insieme al primario di malattie infettive, Danilo Tacconi. Una donna sempre attiva, "che non stava mai ferma dalle 5 a mezzanotte, in cucina come a tagliare l’erba".

Quaranta giorni fa, ecco il Covid, la febbre, la polmonite, l’inevitabile ricovero al San Donato, prima in malattie infettive poi nell’inferno della terapia intensiva e ritorno, compreso il passaggio in subintensiva col casco. Delle complicazioni la signora non se ne risparmia nessuna, nemmeno la setticemia. La solita odissea. La differenza è che la mamma migliora sì clinicamente, ma non vuole più saperne di vivere. Proprio mentre sta guarendo dal Covid, medici e infermieri la vedono che lascia andare: rifiuta il cibo e i farmaci, si strappa dalle braccia gli aghi.

Tacconi e i colleghi non sanno più che inventarsi finché alla fine della scorsa settimana non viene loro in mente la "finestra degli abbracci", sul modello della "stanza per gli abbracci". Non una camera per vedersi, insomma, ma una finestra alla quale chiamano le due figlie, Manuela e Maura. Sabato è il primo giorno di questa terapia mai pensata prima, un rimedio improvvisato ma efficace contro la solitudine da contagio negli ospedali blindati come bunker.

"Non so come ho fatto a non mettermi a piangere quando ho visto la mamma – racconta Manuela, una delle due figlie –. L’ultima volta era stata ai primi di novembre. Lei abita al piano sotto al mio. Aveva cominciato ad avere i sintomi dell’influenza e il 3 novembre l’avevo trovata in casa svenuta. Aveva la febbre alta e non mi riconosceva". Ma più dell’emozione delle figlie conta il colpo di frusta alla mamma, che vede i cartelli fuori dalla finestra del piano terra, alla quale è stato accostato il suo letto, vede le scritte "Ti vogliamo bene", "Ci manchi" ed esce dalla catalessi cui si era abbandonata: ricomincia a mangiare, accetta le medicine. Ce la farà, dicono i medici. De Amicis non saprebbe scrivere di meglio.