Li abbiamo visti nei momenti più drammatici, nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo. Medici, anestesisti, rianimatori e infermieri alle prese con l’emergenza, il volto segnato dalle notti insonni. Ancora oggi sono li a presidiare la linea del Piave nella lotta contro la pandemia. Ma a fronte del ritorno di fiamma del Coronavirus, che succede in terapia intensiva? Lo chiediamo a Paolo Pelosi, presidente del Collegio italiano dei docenti universitari di area critica, cattedratico al San Martino di Genova e consigliere nazionale Siaarti, società scientifica che riunisce gli specialisti del settore. Professor Pelosi, che fase...

Li abbiamo visti nei momenti più drammatici, nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo. Medici, anestesisti, rianimatori e infermieri alle prese con l’emergenza, il volto segnato dalle notti insonni. Ancora oggi sono li a presidiare la linea del Piave nella lotta contro la pandemia. Ma a fronte del ritorno di fiamma del Coronavirus, che succede in terapia intensiva? Lo chiediamo a Paolo Pelosi, presidente del Collegio italiano dei docenti universitari di area critica, cattedratico al San Martino di Genova e consigliere nazionale Siaarti, società scientifica che riunisce gli specialisti del settore.

Professor Pelosi, che fase dell’epidemia stiamo vivendo?

"Abbiamo un numero giornaliero di casi riscontrati positivi ai test enormemente inferiore rispetto a qualche mese fa. Gran parte di questi soggetti sono asintomatici, quelli che necessitano di ricovero ospedaliero in terapia intensiva sono in numero molto limitato".

I decessi si contano sulle dita di una mano. Cosa è cambiato?

"Le misure di lockdown e l’igiene hanno fatto si che la carica virale, anche con test positivo, sia nettamente inferiore, e l’infezione risulta meno aggressiva. Più dell’80 per cento delle morti segnalate si riferisce a persone molto anziane, con una sovrapposizione di più patologie, degenti da due o tre mesi, forse nemmeno più positivi al tampone".

Perché non ce la fanno a recuperare?

"Scontano le conseguenze di un danno irreversibile che può essersi prodotto a livello dei polmoni. Ma questa infezione colpisce anche cuore, reni e sistema nervoso centrale. Perché il Covid non è solo polmonite, può scatenare una massiccia infiammazione, una trombosi diffusa, sconvolge la coagulazione".

Quindi abbiamo uno strascico legato al picco dei mesi scorsi.

"Quando parliamo dei morti da Coronavirus è un po’ come guardare le galassie con il telescopio, registriamo eventi che si sono prodotti in un recente passato. L’età media dei ricoverati in terapia intensiva è sui 64 anni, ma i decessi, abbiamo visto, crescono a livello esponenziale con l’età, diciamo dai settant’anni in su. Sotto i 35 anni gli esiti infausti sono rari".

Le terapie basilari?

"Cortisonici, anticoagulanti, supporti respiratori. Riducendo la pressione dell’ossigeno nelle vie aeree abbiamo ottenuto risultati migliori".

Come vi state attrezzando per i prossimi mesi?

"Attraverso un monitoraggio dei ricoveri. Se vediamo che crescono i numeri in terapia intensiva, quello sarà il momento agire. La Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) conta molto sul ruolo dei media, giornali e televisioni, nel mantenere l’attenzione della popolazione, che non deve abbassare la guardia. Le regole sono note, ma è opportuno ripeterle: distanziamento fisico, mascherine a coprire bocca e naso, igiene delle mani e degli ambienti. E poi la vaccinazione antinfluenzale, che sarà decisiva per discriminare possibili concomitanze di più infezioni".

Infatti, ci sono le operazioni chirurgiche rinviate per l’emergenza Covid da recuperare, tutte persone da sottoporre ad anestesia.

"I reparti di malattie infettive e terapia intensiva sono un termometro della situazione. Occorre evitare che passi il messaggio che tutto è superato. Mai abbassare la guardia".