Viviana Ponchia Nella gioia per la rivincita delle madri e dell’uguaglianza, qualcuno soffre in silenzio. Se salta il cognome del padre saltano le stirpi. Ed è un peccato. La famiglia Buendìa si sarebbe sparpagliata in storie di ordinaria parità se i figli di Josè Arcadio e di Ursula Iguaràn si...

Viviana

Ponchia

Nella gioia per la rivincita delle madri e dell’uguaglianza, qualcuno soffre in silenzio. Se salta il cognome del padre saltano le stirpi. Ed è un peccato. La famiglia Buendìa si sarebbe sparpagliata in storie di ordinaria parità se i figli di Josè Arcadio e di Ursula Iguaràn si fossero appunto chiamati Iguaràn e non Buendìa. E la condanna a cent’anni di solitudine sarebbe stata più difficile da scontare, lasciando oltretutto milioni di lettori privi di punti di riferimento. Tutto per un cognome. Fino a oggi gli italiani sono stati accusati di miopia: ogni figlio che nasce non è riconducibile a un solo antenato ma a tutti i pezzetti di Dna che hanno contribuito alla sua esistenza.

Questo è talmente ovvio. Il cognome del padre è collegato al concetto di dinastia mentre siamo tutti incroci genetici, crossing over biologici. Ma il punto sono le radici, un’idea romantica dell’identità. Se vogliamo anche le vibrazioni psichiche di un suono che ci segue nei secoli. Per semplificare dal punto di vista burocratico si tranciano quegli arabeschi meravigliosi che sono gli alberi genealogici, ma cambiando il nome cambiano il carattere, la trama, l’ordine del mondo (lo sa bene la Carrà, già Pelloni, e lo sanno i Papi). Io mi sento meglio se posso rintracciare senza sforzi l’antenato che conobbe lo zingaro Melquìades importatore di calamite e cannocchiali. E oltre al cognome blindato vorrei anche il patronimico, come in Russia e nelle lingue turche, come il Pelide Achille figlio di Peleo.