Luca Zaia, governatore del Veneto (Ansa)
Luca Zaia, governatore del Veneto (Ansa)

Roma, 25 marzo 2020 - "Siamo in una guerra, ma la nostra strategia basata su un largo uso dei tamponi rallenterà la velocità del contagio. E ci consentirà di uscirne prima possibile". Così Luca Zaia, governatore del Veneto, racconta la sfida, che, dice, "mi ha cambiato la vita".
Governatore Zaia, il modello Veneto di lotta al Coronavirus è quello vincente? 
"Ogni regione è una storia a sé, ogni sanità, è una storia a sé. Quindi non è detto che il modello che funziona da me altrove possa funzionare. Noi siamo partiti da un presupposto, in autonomia e contro le linee guida: l’asintomatico è un contagiatore. La vicenda di Vo’ Euganeo è stata illuminante. Il 23 febbraio ho deciso di fare il tampone a tutti i cittadini del comune. Apriti cielo, gli scienziati han detto ’questo spreca soldi’. E invece fu provvidenziale perché scoprimmo che oltre ai 2 contagiati c’erano altri 66 positivi, quasi tutti asintomatici. Allora abbiamo messo i quarantena tutti i positivi, ed è stato giustamente messo in zona rossa il comune. Quando abbiamo ritamponato tutti gli abitanti a blocco finito che cosa abbiamo scoperto? C’erano solo 6 positivi. Il che vuol dire che così, tamponi più contenimento, blocchi il contagio".
E quindi ha deciso di allargare il modello Vo’ e andare avanti.
"Ma ci mancherebbe anche, avanti a tutta forza. Noi siamo oggi a 70mila tamponi fatti e quasi 16mila persone isolate. La nostra filosofia è cercare un caso positivo e poi testare i suoi contatti a cerchi concentrici in modo da isolare più positivi possibile. Per farlo aumenteremo i tamponi dai 6-7mila attuali a 20mila al giorno".
Che cosa vi serve, oggi? 
"Abbiamo bisogno come l’aria di respiratori, ne abbiamo chiesti alla Protezione Civile 200, ne sono arrivati 49. Ora, non voglio far polemiche, ma per combattere un’epidemia di questa portata io oggi direi: comprare respiratori, avere una riserva di decine di migliaia di tamponi, riempire i magazzini di mascherine, avere più postazioni di terapia intensiva. Peccato che a noi nessuno abbia dato queste indicazioni. Nessuno ci ha prefigurato l’imponenza di questa crisi. È mancata l’informazione di base, gli scienziati sono bravi, ma le informazioni a chi è in trincea sono mancate. Abbiamo imparato che cosa fare sulla nostra pelle. Io ho portato i posti di terapia intensiva da 494 a 825, ho aumentato di 1.200 letti le malattie infettive, riaperto 5 ospedali. Ho usato largamente i tamponi per circoscrivere e rallentare l’epidemia. Ma magari chi ha studiato il caso di Wuhan poteva avvertirci un po’ prima. Nella prima fase la strategia è stata sbagliata, certo in buona fede, ma è stata sbagliata. E poi non è possibile che la settima potenza mondiale sia ridotta a mendicare le mascherine e i respiratori. Vanno prodotti in Italia!". 
Ora è giusto chiudere tutto?
"Le restrizioni servono. Riducono la corsa del virus. Io sono quello che ha messo il limite di 200 metri da casa e ho chiuso i supermercati la domenica, per capirsi. E i veneti mi seguono. Da noi la sera sembra “The Day After“. Per le industrie dico che la priorità è tutelare la salute dei lavoratori, dopodiché ci vuole flessibilità. Si deve valutare con precisione le aziende che possono restare aperte, a partire da quelle delle filiere alimentari, farmaceutiche, biomedicali, ma anche i loro fornitori essenziali. Serve equilibrio".
Che cosa dicono i vostri modelli?
"Ci danno un picco a metà aprile. Globalmente rischiano di essere 2 milioni i veneti contagiati, la maggioranza asintomatici, molti senza bisogno di essere ospedalizzati, ma molti altri no. E quindi non mi interessa che oggi mi diano ragione, voglio fatti e risultati".